giovedì 24 novembre 2011

Katherine Mansfield - Vivere...per vivere

Katheleen Beauchamp. Una ragazza di una famiglia benestante. Una vita tranquilla, cullata nel provincialismo culturale di Wellington, Nuova Zelanda, un Paese abbracciato dall’Oceano, in un lento e ritmato rincorrersi delle onde e del tempo. Una ragazza strana, diversa, introversa, al punto da far acconsentire la famiglia a lasciarla partire ancora adolescente per il mondo rischioso e tumultuoso di Londra.

Che cosa può portare una ragazza di buona famiglia, senza problemi materiali, a voler rompere con la comodità, la sicurezza del calore domestico per lanciarsi nel turbine della modernità, dell’imprevisto, dell’ignoto di una vita metropolitana?

Una profonda inquietudine esistenziale. Una sofferenza interiore che il sabbioso scivolare pacifico e monotono della vita di tutti i giorni non può che far crescere fino a diventare insopportabile….
Che cosa è la vita? E’ tutta qui la vita?

Forse questa inquietudine l’abbiamo avuta un po’ tutti, ma forse solo pochi l’hanno riconosciuta, ascoltata, accolta nella loro vita, al punto da farsi guidare da essa verso il proprio vero io, la propria vera vita, qualsiasi essa sia.

E così Katheleen Beauchamp si lascia essere se stessa. Lei non è più Katheleen Beauchamp, ma diventa Katherine Mansfield. Lei non è più una ragazza di buona famiglia, ma vive una vita che si potrebbe definire disordinata…… Disordinata, ovviamente, per chi ha una chiara e precisa idea dell’ordine. Pensate….una vita ordinata…..con ogni cosa al suo posto…la casa, la famiglia, il lavoro…

Katherine si trasferisce a Londra…..dove vive e viene vista come una donna ribelle.
Ma ribelle a cosa? A chi? Può essere ribelle chi solo cerca di scoprire se stesso? Katherine cercava solo la sua identità, la sua vera personalità……ma per far questo non poteva che provare….. a vivere.

Katherine rimane incinta a 20 anni e andrà ad abortire a Monaco. Si sposerà e divorzierà nello stesso giorno. Avrà amori maschili e femminili. Un altro matrimonio, inutile, una gravidanza, interrotta da un mobile che le cade addosso………
Ma tutto continua ad essere solo vita. Vita comune.

Ma perché devi essere ciò che gli altri pensano che tu sia, che sia giusto e normale essere?
Katherine cercava la vita, amava la natura, gli spazi, gli oggetti. Ma non amava le persone, verso cui volgeva il suo sguardo spietato. Convinta che nessuno potesse comprenderla veramente, amava dire: “Nessuno sa dove sei, nessuno ha la più vaga idea neppure di chi tu sia.”.

Ma dove può andare a finire tutta questa energia vitale, queste esperienze vissute, positive e negative, questa dura e forte visione del mondo? O rimane dentro a marcire l’anima o esce con forza, sublimata in un linguaggio artistico.

Nel 1911, a 23 anni, inizia ad apparire la sua prima serie di racconti. Influenzata dal grande Anton Cechov, incontriamo storie semplici, mondi semplici, in apparenza. Ma solo in apparenza. In realtà graffi ironici sul mondo, il suo vuoto, la sua superficialità. Situazioni apparentemente serene, mandate in frantumi da un semplice gesto, una frase rimasta a metà, un piccolo episodio, apparentemente insignificante.

Una straordinaria capacità di svelare le ambiguità della vita e dell’animo umano, di gettare una luce improvvisa sulle incrinature invisibili che covano sotto la banale superficie. Non ha bisogno di raccontarci i dettagli, le basta rivelare le crepe.
Quelle crepe che rimandano ai quadri di Lucio Fontana con i suoi famosi “tagli”.



Anche la Mansfield incide delle ferite nella tela superficiale di una storia e apre così nuovi spazi, possibili, ma ambigui, che gettano una luce oscura su un destino, sul senso di un’esistenza, su momenti ed aspetti di noi che forse non ci fa piacere conoscere ma per certo più autentici. Ci porta sull’orlo dell’abisso e ce lo spalanca davanti senza dire quello che contiene.

E noi rimaniamo lì, come davanti a questo dipinto, smarriti.

Katherine scrive piccole e brevi storie di piccole cose. Brevi dolci e tragiche storie, come la casa delle bambole, in cui la differenza sociale si unisce ad un momento intenso di solidarietà tra bambini, le piccole abissali incomprensioni tra due sposi in apparente sintonia, la violenza disperata e terribile del gesto di uccidere una mosca, una anziana signorina il cui unico piacere è una fetta di torta al miele che si dona ogni domenica.

Piccole storie fatte di piccole tragicità. Come la nostra vita. Come la sua vita, troppo breve, che non le darà il tempo (ma può essere questione di tempo?) per cogliere quella felicità intuita, raccontata, ma mai trovata.

La sua fama di scrittrice con il suo originale stile di vedere il mondo cresce e influenza la letteratura di quel tempo. Ma la sua sete di esserci nel mondo non si esaurisce. Proclama la libertà sessuale ed intellettuale dell’artista spremendo dalla vita ogni sua goccia.

"Ciò che tanto crudelmente ci inceppa è l’insulsissima dottrina secondo la quale l’amore è l’unica cosa importante a questo mondo: dottrina che di generazione in generazione viene piantata e ribadita nel cervello della donna. Dobbiamo sbarazzarci di questa fissazione: e allora, allora verrà veramente la possibilità di vivere la nostra vita"
                                                                                                      
Già. Una costante lotta per vivere la vita. Ma progressivamente alla dinamica inquietudine si aggiunge il bisogno di cogliere il senso della vita in quanto tale. Ma per vivere la vita bisogna osservarla, studiarla, capirla, pensarla, anche attraverso altre vite, altre visioni.

“Dov’è ora il mio ideale, il mio concetto della vita? Sto andando verso una visione più ampia: un po’ di Oscar Wilde, e poi Ibsen, Tolstoj, Bernard Shaw, D’Annunzio. Per intessere il complesso arazzo della propria vita, è bene prendere fili da parecchie belle matasse e comporli in un disegno armonioso. Indipendenza, decisione, fermezza di propositi, chiarezza mentale: ecco le cose indispensabili. Ancora e sempre, volontà: capire che l’Arte è assolutamente sviluppo della propria personalità”.
Katherine Mansfield si ammala di tubercolosi.  Potremmo dire, armati di buon senso, che la sua visione del mondo, così amara e così piena di nostalgia, fosse determinata dalla sua malattia. Diciamolo, se vogliamo sentirci più tranquilli e soprattutto più leggeri.

Ma Katherine ci smentisce subito:
"La vita è un mistero. Io debbo darmi tutta al mio lavoro. Debbo trasformare il mio supplizio in qualche cosa, trasfigurarlo. “Il dolore sarà mutato in gioia” e’ uno smarrirsi più completamente, un amare più profondamente, un sentirsi parte della vita, non uno straniarsene. Oh, vita! Accoglimi… rendimi degna… insegnami. Scrivo. Guardo in alto. Nel giardino le foglie stormiscono, il cielo è pallido, mi sorprendo a piangere.  
E’ difficile… è difficile fare una buona morte".

Katherine Mansfield. Un’artista perduta tra terra e cielo, rimane una voce, in attesa sulla soglia, senza tempo per cogliere la terra, senza tempo per arrivare fino al cielo.

domenica 13 novembre 2011

Georg Trakl - La forza della fragilità

Il 14 Aprile del 1912, in una notte colma di stelle, il transatlantico Titanic affonda nelle gelide acque dell’oceano Atlantico. La maestosa costruzione si spezza in due e si adagia sul fondo del mare, giovane compagna di Atlantide. La catastrofe del Titanic lascia sgomenti e presagisce il tragico declino della civiltà moderna.

"Sonno e morte, le cupe aquile
sussurrano la notte, intorno al mio capo:
che dell’uomo l’aurea immagine
sommerga la gelida onda
dell’eternità? Ai paurosi scogli
schiantasi il coro purpureo.
E lamenta la cupa voce
sopra il mare.
Sorella di tempestosa tristezza
guarda: un impaurito battello affonda
dinnanzi a stelle,
al muto volto della notte"
 

Questa poesia non è stata scritta in memoria della tragedia del Titanic, né tanto meno da un sopravissuto al naufragio. Questi sono i versi con cui un poeta canta lo spettacolo straziante dell’inabissarsi dell’Eden smarrito, il lamento per una  armonia perduta per sempre.
Questo poeta è Georg Trakl. 

Georg Trakl
Vissuto in Austria ai primi del 1900, Trakl appartiene alla corrente dell’espressionismo tedesco con la sua propensione ad esasperare il lato emotivo e soggettivo della realtà.
Ma qual è la realtà che l’anima di Trakl percepisce? E’ la condizione dell’uomo contemporaneo sradicato da ogni certezza positiva, da ogni sicurezza di ideali e di affetti, e gettato alla deriva in un mondo che, a sua volta, è divenuto una irriconoscibile “terra desolata”.
Una terra desolata. Vuota, arida. Come le anime di chi è soprattutto impegnato a sopravvivere.
Georg Trakl soffre terribilmente questa condizione umana. In lui si concentrano tutte le ansie, i timori e la perdita di identità che hanno caratterizzato lo spirito europeo dell’epoca.
E’ quindi una vittima del suo tempo, una personalità fragile.
Abbandona ogni posto di lavoro poche ore dopo l’assunzione. Fa un pesante uso di droghe.
Ha una travolgente storia d’amore con sua sorella Grete…..

Grete Trakl
Cosa pensiamo?.... Cosa sentiamo?..... Fastidio?... Disagio?... Orrore?

Sembra una personalità psichicamente deviata,  con una visione della realtà esasperatamente negativa. Ma è la personalità dell’individuo che proietta una sua visione del mondo? O è il mondo in cui si vive che condiziona, e spesso determina, la personalità del singolo essere umano?
Domanda complessa. Forse senza una risposta certa. Ma intanto il poeta Trakl viene marchiato con gli aggettivi: morboso, cupo, funesto, terribilmente pessimista.

Ma si nasce pessimisti? E chi è il pessimista? Uno scrittore statunitense afferma:
“L'ottimista proclama che viviamo nel migliore dei mondi possibili; il pessimista teme che possa essere vero”.
Sì, Trakl è decisamente pessimista! Il suo profondo pessimismo gli impedisce di avere sogni di rinnovamento e di lasciarsi coinvolgere dall’entusiasmo per la tecnica e per la guerra.
Ma il suo pessimismo è l’espressione del bisogno eroico di salvare ciò che vi è di più nobile e profondo nell’animo umano. La ricerca  della bellezza, della purezza, dell’armonia universale.
Il pessimista è in realtà, l’essere più idealista, ma anche il più delicato, più sensibile e più fragile. Non ha corazze, subisce tutti i colpi inferti dalla realtà, è senza difese.
Ma la fragilità di Trakl è forza, che si esprime attraverso le sue poesie, che raccontano a tinte forti e accese il suo animo mite e tormentato.
In mezzo a questo campo di terra arida, siede il poeta e nel suo oscuro sentire piange e urla, una lacrima cade da quegli occhi sulla terra arida.

"Chi piangi tu sotto alberi crepuscolari?
La sorella, amore fosco
d'una specie selvaggia cui fugge
su ruote d'oro il giorno rombante.
Lupi noi due nel bosco sinistro 
il nostro sangue mescemmo in amplesso di sasso
e gli astri della nostra famiglia ci caddero addosso.
Sotto scuri olivi
l'angelo rosso dell'alba
sorge dal sepolcro degli amanti"

Ma chi sono i due amanti?
Sono Grete e Georg, fratello sole e sorella luna. Fin da bambini uniti da un legame molto stretto, insieme hanno vissuto da sempre, i loro paesaggi interiori sono all’unisono, intercorre tra loro una sintonia assoluta. Un desiderio incontenibile.
Perchè sentiamo un desiderio che non dovremmo sentire?
Chi, cosa ha instillato in noi il seme della anormalità?
Ancora una volta: cosa è normale?
Proviamo a pensare agli accoppiamenti generalmente considerati “normali”: non sono essi spesso portatori di incomprensione e sofferenza?
Georg e Grete hanno vissuto e vedono lo stesso mondo, il loro è un legame unico e indissolubile. Ma i due fratelli si devono nascondere dalla fredda Natura che vuole imporre le sue ferree leggi in nome di una misteriosa armonia universale.
E così il loro amore, la loro unione innocente, non può che diventare: incesto, peccato, colpa, perversione maledetta… vissuto da entrambi fra i laceranti rimorsi della coscienza, come “lupi in un bosco sinistro”.

"Con suole d’argento discesi i gradini spinosi, ed entrai nella stanza dipinta di calce.
Tacito vi splendeva un candelabro ed io nascosi in silenzio il capo tra lini di porpora; la terra gettò fuori una salma infantile, una figura lunare, che lentamente uscì dalla mia ombra, con braccia mozze sprofondò in abissi pietrosi, tra fiocchi di neve"

Eppure, malgrado l’oscuro tormento, sempre colori nei versi di Trakl, come per dipingere quella cupa realtà che lo assediava. Un colore più di ogni altro è il filo conduttore delle sue poesie, il blu, il blu di Trakl, il colore della sua anima.

Il blu. Simbolo di verità,  rivelazione, saggezza, contemplazione, freddezza. Il blu è il colore delle grandi profondità del mare, del principio femminile delle acque, il blu del cielo è la grande madre, e ancora: il vuoto, l'innocenza primordiale, lo spazio infinito.
Un’anima sensibile, innocente che, pur sentendo il peso della sua colpa, tende all’infinito, con la forza della sua fragilità.

Il poeta viene, d’improvviso, scaraventato nella grande carneficina della battaglia di Grodeck, e lì vive una delle esperienze più spaventose che possano capitare a un essere umano.
Da solo, senza medicinali, senza infermieri, senza aiuto, senza ordini, deve assistere e operare più di cento feriti gravi che gridano, si lamentano, agonizzano.

"La sera risuonano i boschi autunnali
di armi mortali, le dorate pianure
e gli azzurri laghi e in alto il sole
più cupo precipita il corso; avvolge la notte
guerrieri morenti, il selvaggio lamento
delle loro bocche infrante.
Ma silenziosa raccogliesi nel saliceto
rossa nuvola, dove un dio furente dimora,
il sangue versato, lunare frescura;
tutte le strade sboccano in nera putredine.
Sotto i rami dorati della notte e di stelle
oscilla l’ombra della sorella per la selva che tace
a salutare gli spiriti degli eroi, i sanguinanti capi"

L’orrore….. l’orrore….
E’ facile dirlo e poi girare la testa dall’altra parte. Ma Trakl la testa non la gira.
Quanta lacerazione interiore in questo poeta...portato per sua natura a vivere e conoscere gli estremi delle sensazioni!
E allora viene da chiederci:
A quanto male si può sopravvivere? Quanto si può sopportare? Quanto dolore può contenere un cuore umano? Cosa succede quando questo cuore è colmo delle più forti sensazioni?
Dopo un’esperienza simile non si può più tornare indietro. Un viaggio all’inferno, e la sua delicata anima è stata divorata dal fuoco. La sua dannazione, forse, la punizione per i suoi peccati.

"Ma quando discesi il sentiero rupestre, m’afferrò la follia e gridai forte nella notte e nel chinarmi con dita d’argento sulle acque silenti, vidi che il mio volto m’aveva abbandonato. E la bianca voce parlò a me: ucciditi!"

Trakl obbedisce alla voce. Tenta il suicidio, ma viene salvato dai suoi compagni. Poche settimane dopo tenta una seconda volta, l’ultima, e ci riesce. Aveva 27 anni.
Tre anni dopo Grete si spara un colpo di pistola.

Dove sono adesso Georg e Grete?

Una chiara notte di luna, forse possiamo vederli lì, tra gli alberi, scivolare silenziosi, nel bosco d’argento…
Perché Georg Trakl è grande? Perché lui l’orrore l’ha guardato e l’ha cantato. Ha tentato l’alchimia impossibile di mutare la grigia cenere dell’assurdità del male universale,  in una candida colomba che si è slanciata verso l’alto, schiantandosi contro il cielo.

giovedì 6 ottobre 2011

Edith Piaf - Io non rimpiango nulla

La Natura ha proprio una fantasia ed una creatività straordinarie. Si diverte a sorprenderci e a contraddirci continuamente. Forse con l’intento di costringerci a pensare, riflettere, non dare mai nulla per scontato, ovvio, prevedibile.
E questo succede a noi, semplici spettatori della vita, che guardiamo gli accadimenti della storia come se fossimo al cinema. Animandoci ed appassionandoci delle varie vicende che passano sullo schermo.
Ma cosa succede veramente ai protagonisti di questo film che la Natura ha gettato in scena e che devono vivere e subire le volontà di questo a volte un po’ folle drammaturgo?

Ecco uno di questi protagonisti della Storia. Da buoni spettatori nascondiamoci nel buio della sala e osserviamo in silenzio.
Un mucchietto di ossa e di carne che arriva a malapena al metro e mezzo, due grandi occhi febbrili, la fronte bombata, una voce che si alza cristallina e vigorosa e sembra debba da un momento all’altro schiantare quel fisico più ridicolo che fragile.
Edith Piaf. Figlia di una cantante di strada alcolizzata e tossicomane e di un saltimbanco, cresciuta in un bordello, tubercolotica e afflitta da una malattia che rischia di trasformarsi in cecità perenne, ragazza-madre dalla vita sessuale promiscua e disordinata, amante di magnaccia da quattro soldi, questa ragazzina-passerotto a vent’anni ne dimostra quindici e diviene famosa dalla sera alla mattina.
Quando morì, ne aveva quarantasette ed era un rudere piegato dall’artrosi, rovinato dalla morfina e dall’alcol, eppure appena due anni prima aveva tenuto il suo ultimo, trionfale concerto, con la canzone “Je ne regrette rien”.

Je ne regrette rien era stato il motivo con il quale aveva salutato il pubblico in delirio dell’Olympia di Parigi: non rimpiango nulla, me ne frego del passato, ricomincio da zero.
Un epitaffio, più che una canzone.
Il regista Natura ha voluto giocare con lei un gioco molto duro, ma anche molto affascinante, attraverso un viaggio, una storia che ogni giorno riserva una sorpresa, tragica o gioiosa, ma sempre estrema.
Edith Piaf, all’anagrafe Edith Gassion, nasce il 19 dicembre del 1915, sui gradini di un portone, cresce così nelle strade di Belville ignorata dalla madre, troppo impegnata a strappare brandelli di vita dalle occasioni che il marciapiede le propone giorno dopo giorno.
Quando il padre torna dal fronte spedisce la piccola Edith in un bordello in Normandia gestito dalla nonna paterna.
Nel 1922 il padre torna a riprendersela e anziché iscriverla a scuola la porta con sé per le strade di Parigi  dove Edith canta e balla e passa con un cappello  in mano a chiedere i soldi al pubblico occasionale.

Questa è la vita della giovane Edith che gira per la Francia in compagnia del padre e della sorellastra: sono anni impregnati di storie che mescolano girovaghi, letti sfatti, notti all’addiaccio e bordelli. La vita di Edith e la sua carriera potrebbero finire da un giorno all’altro, per una rissa, un regolamento di conti o l’intervento della polizia.
A 18 anni ha una figlia, ma la bimba muore a causa di una meningite a soli 2 anni.
Edith ha 20 anni ed è già stata piuttosto impegnata dalla mente creativa del suo regista, quando c’è un cambio improvviso di scena. Incontra Louis Lepléè, proprietario di un piccolo locale, “Le Gerny”, dove si faceva cabaret e nel quale ha il suo debutto.
Leplée, oltre a raccoglierla dalla strada ed ad offrirle un primo pasto caldo, le trova anche il nome che la renderà celebre: Edith Piaf, che in dialetto francese significa passerotto, e le farà indossare per la prima volta l’abito che diventerà la sua seconda pelle: “le petit robe noir”, dalla quale non si separerà mai.
Edith canta l’universo degli umili, di storie meste e sconsolate tese ad infrangere troppo facili sogni, cantate con una voce che trasmette il mondo dell’umanità quotidiana con il suo sconfinato straziante dolore. Molti i personaggi famosi che accorrono per ascoltare la sua voce.
Nel febbraio del 1936, all’epoca del Fronte popolare, delle ferie pagate e delle prime vacanze di massa, Edith, al gala del Circo Medrano, ottiene il suo primo grande successo di pubblico. Si esibisce con Mistinguette, Fernandel, Maurice Chevalier.
Forse siamo finalmente all’inizio di una scena rosa, di una rivincita sul passato. Ma solo due mesi dopo, il suo protettore artistico, Louis Leplée, viene abbattuto con un colpo di pistola alla tempia.
Perché il mondo nel quale la Piaf vive è questo, un demi-monde ai margini del mondo normale, dove si campa con poco e si ammazza per ancor meno, ripicche, soldi, gelosie, artisti più o meno falliti, papponi e puttane, ladri e ubriaconi, marinai e legionari in licenza.
E lei ritorna nel buio di quel mondo, mentre sullo sfondo della scena le nuvole nere della guerra avanzano paurosamente.
Ma ecco entrare in scena un nuovo personaggio, il suo nuovo protettore artistico, che questa volta è anche il suo amante. Si chiama Raymond Asso, ed è lui a trasformare la Piaf da cantante in icona, costruendole canzoni su misura, rivedendone il look, facendone un’interprete assoluta dell’anima umana.

«Guardate questo piccolo essere le cui mani sono quelle della lucertola delle pietre. Guardate la sua fronte di Bonaparte, i suoi occhi di cieca che hanno ritrovato la vista. Come farà a far uscire dal suo petto minuto i grandi lamenti della notte? Ed ecco che canta, o meglio, come l’usignolo di aprile prova il suo canto d’amore. Avete ascoltato questo lavorio dell’usignolo? Soffre. Esita. Si schiarisce. Si strozza. Si lancia e cade. E d’improvviso, trova la sua strada. Canta. Sconvolge».
Così la descrive il già famoso poeta e drammaturgo Jean Cocteau.

La Piaf fu il volto e la voce di una certa Francia, un impasto di vita e di cultura, passioni intellettuali e sentimenti popolari, il gusto del cibo, del vino e del sesso di una nazione che affrontava la propria decadenza senza accorgersene, fiera di una grandezza che era invece già passata.
Il 22 giugno 1940, la Francia firma l’armistizio con il quale la Germania occupa la parte settentrionale del paese e l’intera linea costiera Atlantica.
La Seconda guerra mondiale, l’invasione tedesca, la sconfitta. Il Paese è diviso in due, il collaborazionismo e la fine dei sogni da un lato, l’aggrapparsi all’estrema illusione di una orgogliosa resurrezione dall’altro.
Gli anni della guerra furono gli anni della Piaf., Edith continua a vivere e a lavorare a Parigi, film, gala per i prigionieri, per la Croce rossa, music-hall e cabaret per gli ufficiali tedeschi e la buona borghesia cittadina.
E’ tradimento? Amore per la Germania o per Hitler? O è la vita, con i suoi compromessi, le sue debolezze, le attese, le speranze frustrate, la rabbia? 
Con queste domande nella nostra mente, andiamo avanti, da buoni spettatori, a partecipare alla scalata al successo, agli eventi e ai drammi che la realtà sembra non essere mai stanca di elargire a questa sua creatura. 
La voce della Francia, una nazione umiliata e offesa che nonostante tutto vuole andare avanti, è la sua voce. La voce di Edith Piaf. Che vuole lasciarsi il passato alle spalle per correre verso un futuro felice, del Paese e di lei stessa.
Nel 1948 conosce il famoso pugile Marcel Cerdan, francese di Algeria, campione del mondo dei pesi medi. Si innamorano. Sono finalmente felici e vivono l’uno per l’altro. Un giorno, mentre il pugile sta volando da lei per raggiungerla negli Stati Uniti, l’aereo cade e Cerdan muore.
La felicità dura poco.
Grande coup de thèatre del regista, anche se un po’ melodrammatico, al punto da sembrare non vero. Invece è vero, è vita vera, soprattutto per Edith.

Edith è distrutta dal dolore.
Inizia a bere e a fare uso di droghe.
Ci si dimentica sempre delle situazioni, condizioni e momenti positivi quando avviene un evento negativo e tragico. Non si riesce a fare un bilancio, ci si sente solo vuoti e disgraziati. Si vede solo nero e nera la realtà.
Negli anni successivi Edith Piaf ebbe quattro incidenti d’auto, un tentativo di suicidio, cure disintossicanti, coma epatici, una crisi di follia, sette operazioni, broncopolmoniti, un edema polmonare ed alcuni svenimenti sul palcoscenico.
Ma anche un susseguirsi di storie sentimentali, brucianti e burrascose, la presenza di un uomo come una necessità per chi si era sempre sentita sola e aveva sempre temuto la solitudine.


L’elenco dei suoi amanti è interminabile e c’è spazio per tutti i ceti e, in fondo, tutte le età: l’ultimo, Theo Sarapo, avrebbe potuto essere suo figlio, ma ce ne furono molti che avrebbero potuto farle da padre.
La fine è vicina ma Edith  non si sottrae a nulla, continua a schiacciare l’acceleratore nella sua folle corsa sulla strada della vita. Non evita gli ostacoli, tira dritto buttando giù dolori e amori, lasciandosi travolgere, cadendo e rialzandosi, aggrappata con tutta la forza che le rimane al microfono, perché la sua voce come in un incantesimo si liberi una volta di più.
Ed eccola entrare per l’ultima volta all’Olympia: non aveva ancora compiuto 48 anni, ne dimostrava 70. I capelli radi, il volto gonfio, le mani deformate dall’artrite, il passo incerto, lo sguardo assente, la voce spezzata. Sul palcoscenico immobile, quasi una statua di cera dentro l’abitino nero.
Morirà poco dopo , l’11 ottobre 1963.
Jean Cocteau prepara alla radio l’elogio funebre della sua grande amica che dice: “Quando canta Edith, arrotolando il cuore in gola, come se si strappasse l’anima dal petto, l’inferno  sale in paradiso”. Ma, mentre sta lavorando a questo discorso, muore. Lo stesso giorno di Edith.
L’ultima e assurda immagine di una storia creata da un drammaturgo più geniale di Shakespeare.

Si riaccendono le luci di sala. Lo spettacolo è finito. Noi spettatori restiamo come intontiti da tanta vita con lo sguardo su quelle immagini, su quella figura minuta. Forse ci domandiamo se è meglio una vita così intensa e breve, o una vita più calma, ordinaria, ma più lunga e tranquilla. Essere o non essere. Domanda interessante quanto inutile. Come se potessimo deciderlo noi. E’ meglio restare seduti a sognare e cantare a bassa voce che in fondo….. “La vie (est) en rose”.

Edith Piaf. Cantare per non morire, ma anche cantare fino a morire.
Si sa…. se a un passerotto gli togli la voce...




lunedì 26 settembre 2011

La Realtà Ultima (del Teatro)

Beckett e Ionesco recitano Specchi e Memorie
”L’Ultimo Cielo” -  regia: Massimo Giannetti; Teatro Specchi e Memorie, Milano, Italia
Saggio del critico teatrale Zoran Popovic’ – Belgrado 

Il poster che annuncia “l’Ultimo Cielo”, uno spettacolo di teatro molto particolare di Specchi e Memorie, sembra essere il tocco di  un progettista, l’introduzione emozionante che apre le porte ai lati semanticamente più complessi dell’opera; mostra un'immagine quasi surreale, in delicati colori pastello, presa in un soleggiato mattino di primavera, di una tomba con scritte le seguenti parole: “Sconosciuto Uomo - 26 gennaio 2009. Si tratta, in verità,  di un’autentica foto-documento che rivela la realtà (l'implacabile, crudele, realtà teatrale),  una metafora che l’arte utilizza come suo tema dominante.
Un uomo completamente sconosciuto, perso, lasciato solo al mondo, trovato e messo a riposare, alla fine diventa una persona,  parte di un  testo, di una partitura musicale-poetica, di una commedia sulla fine, sul riconsiderare la fine  (del teatro e di noi in esso), prima di aspettare che la vera fine arrivi. “L’Ultimo Cielo” è una tranquilla, malinconica, dolorosa, dolce e dura, lucida e spiritosa, e al tempo stesso seria, profonda e complessa consacrazione  (teatrale e umana) della fine.  

All'inizio, sembra che lo spettacolo cominci come una sorta di nota a piè pagina, evocando Beckett  in “Aspettando  Godot”. Nel pezzo originale del grande scrittore e visionario, i suoi eroi Estragone e Vladimiro sono comunque e ancora in attesa di colui che sicuramente non verrà, (“ma, nonostante, forse, domani?”).

Gli eroi della drammaturgia di Massimo Giannetti sono gli attori-persone Daniela Damiani e Saverio Fiano, un archetipo drammatico, teatrale della coppia, condannati a stare insieme, ma sempre soli, vuoti, fedeli ed estranei, gettati ad assaporare il  beckettiano gioco di aspettare e cercare, mentre non aspettano più nulla, perché non c'è nulla da aspettare, nemmeno in un entusiasmo assurdo, in un desiderio utopistico. Allo stesso tempo, queste persone-di-teatro post beckettiane, altrettanto confuse e coscienti, sembrano essere immerse in un dramma di meraviglia vano, come se scritto e colorato da un pensiero  fragile, da una frase grottesca di Ionesco. Un vuoto e buio  metafisico quasi tangibile è avvolto in una ripetizione senza speranza dove,  in un “finale di partita”, stiamo ancora cercando una  soluzione, una riconciliazione con noi stessi e dentro noi stessi, nel bel mezzo del mondo-teatro incomprensibile, cercando ancora di pronunciare la parola indicibile che, alla fine di tutte le fini, sembra “un‘inutile macchia sul silenzio e sul nulla.

Lo spazio scenico è  un particolare angolo della realtà, chiuso e isolato dal rumore, dalla realtà ufficiale dove non succede nulla se non l'annuncio di un epoca moderna 'nuova': lo spazio, questo giardino orribile, è sia il palcoscenico del teatro recitato, sia lo spazio interiore di colui (uomo-attore) che incarna  lo stesso dramma. 'Un giardino per osservare all'interno', che offre una vista sulle diverse messe in scena del reale. Il teatro, anche questo, un personale tipo di teatro, che continua a rimanere  uno spazio delle “domande in azione”e contiene alcune delle antiche ricerche proustiane: il tempo perduto, il desiderio primordiale di recuperarlo, di sospenderlo per un po', di sentirlo, e in quell’attimo, nella molteplice vista magica dello specchio, vedere l'aspetto originale del reale che  riguarda l'uomo e l'umano in lui.
La complessità dell'essenza del teatro è legata al puzzle irrisolvibile dell'essere stesso di un attore / uomo: la quantità di  spazio che il teatro occupa nella nostra vita (questa è una questione sia dell’attore che del suo complice, lo spettatore).
Cosa si nasconde e cosa si rivela negli specchi e nelle memorie di coloro che vivono e creano nel teatro?
L’opera è concepita come un viaggio all'interno di uno spazio determinato, limitato, ma che porta verso qualcosa di sconosciuto: da una parte all'altra del Teatro, alla seducente presunzione di ciò che realmente è: c’è così poca luce e alcuni dubbi, contraddizioni, domande e idee incomplete, sogni che svaniscono nel vuoto. Si tratta di una meditazione sul teatro e sulla vita nel loro insieme, che porta “al di là del mondo comprensibile, al di là del buio della memoria, immagini di voci antiche, frasi rotte".

Ciò che si rivela è una spazialità diffusa tra i diversi piani narrativi e frantumi di mondi a cui appartengono, in cui sembra ancora possibile avere un'avventura immaginaria tra il sublime e il banale, tra l’esaltazione e la caduta. L'inesistenza di una trama visibile, le frasi frammentate senza slancio e la potenza della narrazione, l'immaginazione caotica, mettono in primo piano la questione se sia rimasto qualcosa dei vecchi miti circa l'unicità e il potere emancipativo del teatro. L'incontro ravvicinato dell'attore con il suo ruolo sottolinea ulteriormente il problema del rapporto tra il teatro e il mondo: proprio come il teatro non è in grado di nascondersi, separarsi dalla realtà, è altrettanto impossibile per un attore proteggersi e nascondersi dal suo ruolo, o per uno spettatore 'sparire' nel buio del teatro a lungo. Sempre presenti le tracce di questi dualismi, che sono le basi sulle quali Giannetti forma attentamente la drammaturgia degli eventi all'interno di una cornice formale profondamente pensata, attraverso variazioni di stile e composizione; brani poetici selezionati e suggestioni musicali della 'grande arte', che producono ispirazioni da mondi “superiori”, sono seguiti da  un’espressività intonata, da una seducente teatralità della performance degli attori. L'energia della riverifica di sé (rivelazione), mette un freno alla caccia, dopo i ruoli cambiati e i costumi che appartengono loro, un cappello sulla testa: luci brillanti e abili movimenti  non vanno oltre e non dicono, non significano più, dentro la scatola magica del teatro non c’è nulla, eccetto le prove di transitorietà personali e umane. Ci dice ancora  il nostro dramma, che siamo nello stretto passaggio tra il sé come essere umano e il sé come attore - e queste domande vengono poste dagli attori dal fondo del buio del teatro.

Siamo ancora vivi, reali, o anche noi siamo sconosciuti (anche a noi stessi), perduti, uomini beckettiani? 'Qual è la funzione dell’ Arte e del Teatro nel contesto in cui vive l'uomo di oggi?' si chiedono Massimo Giannetti e i suoi attori di fronte ai propri 'Specchi e alle proprie Memorie'. Quali sono le possibilità offerte da questo tempo, com’è la prospettiva futura, cosa vale la pena di dire a teatro? 'Quanto durerà ancora la notte', in cui l'impressione di essere perduti è sempre più forte e l'alienazione da sé e dall'altro è sempre più marcata?
Dice ancora Giannetti: “mentre le speranze stanno morendo come le luci di un bar notturno, in attesa dell'ultimo cielo” cosa è rimasto? Dobbiamo andare avanti, a dire parole finché ce ne sono? 'Non c'è più niente da dire', ha concluso Beckett con saggezza. Tuttavia, la famosa frase che i suoi eroi Estragone e Vladimiro si scambiano, apparentemente assurda, rimane ancora presente: Che cosa facciamo durante l'attesa? La risposta implicita del teatro di Specchi e Memorie potrebbe essere: Recitare (ancora?); Recitare se stessi.
R. Zoran Popović


martedì 13 settembre 2011

Gertrude Stein - La vita come opera d'arte

A volte ci domandiamo come può essere una vita.
A volte ci lamentiamo per come siamo anziché per come avremmo potuto essere. Bellezza, intelligenza, fascino, intensità della vita e dei suoi eventi. Guardiamo un attimo questa donna.
Non certo graziosa, tozza, faccia dura con una espressione arcigna. Chi vorrebbe essere come lei?
E ora guardiamo questo quadro.
Ritratto di Gertrude Stein (1905-1906)
Questa donna, apparentemente insignificante, ha tenuto impegnato l’autore di questo dipinto, un pittore piuttosto famoso, capriccioso  ed impaziente, per oltre 90 sedute per realizzare questa opera, considerata ora una specie di icona di un intero periodo storico. E il pittore piuttosto famoso non era altro che Picasso.
E’ possibile “creare la propria vita”, indipendentemente dalle caratteristiche di cui ci ha dotato la natura? Ed è possibile far sì che non si tratti di una vita qualunque, ma di una vita veramente degna di essere vissuta?
Si potrebbe rispondere in termini scientifici, psicologici o filosofici. Ma pur sempre astratti e teorici. Proviamo invece a far rispondere a tale domanda proprio questa donna apparentemente così poco stimolante, almeno per quelle caratteristiche per le quali normalmente una donna viene apprezzata.

Si parla spesso di “spirito del tempo”. Cioè di quella particolare condizione del momento storico che fa sì che succedano eventi, compaiano persone, si realizzino scoperte, senza alcun diretto legame tra di loro, ma che di fatto sono strettamente connesse ed esprimono il punto di evoluzione a cui è giunto l’uomo in quel tempo. Appunto “lo spirito del tempo”.
Ma quale era lo spirito di quel tempo, agli inizi del ventesimo secolo? Alla formazione di quale spirito del tempo Gertrude Stein ha così significativamente contribuito?
Einstein scopriva la teoria della relatività del tempo, Bergson affermava il concetto di tempo come “durata”, Picasso immetteva la dimensione del tempo nei sui quadri cubisti.
E Gertrude Stein? Lei creava un nuovo modo di fare scrittura e letteratura, rompendo con la forma, distruggendo la trama e trasformando il concetto di tempo, eliminando la punteggiatura che scandisce il tempo e inserendo la ripetitività che ferma e avvicina il tempo.

Dal suo racconto “Teneri bottoni”: «Alcuni di quelli stavano dove stavano anche tanti altri. Alcuni di quelli stavano dove non stava nessun altro. Uno di quelli stava dove non era mai stato nessun altro di quelli, di quello stesso tipo, e questa era una cosa molto importante per chiunque l'avesse davvero vista, per chiunque l'avesse davvero sentita. Sarebbe stato davvero scoraggiante vederne altri, di quelli». E così via per altre venti pagine…

Nadia Fusini, docente universitaria e una delle nostre più sensibili scrittrici dirà:
«Per tutti i suoi devoti lettori, se c'è qualcosa di sovrumano, di divino in Gertrude Stein è la sua distanza dalle passioni umane più comuni, tra cui quella di comunicare. Noi devoti leggiamo la pagina steiniana avendo accettato la sospensione del significato, e navighiamo a vista in una dimensione di assenza di senso, avendo oltrepassato le colonne d'Ercole del bisogno di assegnare a ogni significante il suo significato, verso il mare aperto di un'avventura in cui la lingua è una sorpresa. In questo senso Gertrude è "sacra". E noi la veneriamo».

La Stein, proprio come del resto tanti altri spiriti geniali, ebbe molto a faticare per essere anche solo compresa. Lei vedeva e sentiva cose che gli altri non erano ancora in grado di cogliere.
Per la Stein lo scrittore doveva evitare in ogni modo di far più bella la realtà. La realtà era la realtà, punto e basta.  E allora:
“Una rosa è una rosa, è una rosa, è una rosa, e non è il simbolo della passione o dell’amore, e il mare non è evasione e sentimento di libertà. Il mare è il mare, una motocicletta è una motocicletta. La prosa deve essere depurata da ogni clichè, da ogni luogo comune”.

Ed ecco che così la Stein muove il “primo passo nella narrativa del ventesimo secolo” influenzando con la sua forza, la sua personalità e la sua visione del mondo tutto il mondo letterario del suo tempo. Quindi non solo sembra possibile intervenire sul nostro destino, sulla nostra “natura”, per modificarne i condizionamenti, ma anche, per chi riesce a guardare oltre se stesso, intervenire sul tempo stesso in cui viviamo, operando per la creazione e trasformazione della realtà che ci circonda.
Gertrude Stein, a differenza della maggior parte degli artisti di ogni epoca, non si è limitata ad occuparsi della “sua” arte. Ma “sentiva” l’Arte, la fiutava, la cercava come un cane da tartufi. E amava l’Arte, di un amore disinteressato.
“Basta un vestito semplice e robusto, lo stesso nella vita, per poter dedicare tutta l’attenzione all’Arte”.

Ma amare l’arte voleva dire cercare di coglierne il processo creativo, di arrivare alla sorgente, all’origine dell’opera, di conoscere profondamente l’autore. E così il suo salotto parigino di Rue de Fleurus è sempre aperto a tutti gli artisti e, come diceva lei stessa, a tutti coloro “che amano e parlano di arte moderna”.
Ed ecco passare e fermarsi in quel salotto, coperto di quadri di tutti i pittori contemporanei: Picasso, Matisse, Hemingway, Scott Fitzgerald, Cocteau, il poeta Apollinaire e molti altri anche sconosciuti. Per tutti il salotto di Gertrude Stein era il punto di incontro, di scambio dell’arte moderna.
Lei respirava e faceva respirare a tutti lo spirito del tempo, e avrebbe influito in maniera determinante su tutta l’Arte ed il Pensiero a venire. Dal Futurismo fino ai giorni nostri.

A questo punto potremmo dire che un personaggio così poco attraente a livello estetico stava giocando le sue carte a livello intellettuale, per ottenere l’interesse degli altri e del mondo.
Ma anche in questo campo più propriamente personale, Gertrude ci sorprende per la sua assoluta libertà dal giudizio degli altri. Si innamora di una ragazza  molto più giovane di lei, e le chiede di sposarla. Convivranno per tutta la vita, facendo accettare al mondo benpensante le arditezze e bizzarrie normalmente concesse al genere maschile.
Scriverà, tra l’altro, “Autobiografia di Alice Toklas”, tradotta in italiano da Cesare Pavese. Si tratta di una autobiografia di se stessa in conto terzi, di una autobiografia dello spirito di un tempo e di un gruppo di artisti ed intellettuali che hanno cambiato, grazie in particolare a lei, la cultura del Novecento.

Ma possibile, quindi, che ci si trovi di fronte ad una persona veramente straordinaria che ha contribuito a cambiare il mondo? Eppure le sue opere letterarie sono pressoché sconosciute, il suo stesso nome è noto a pochi addetti, interessati alla cultura e all’arte.
Come si può spiegare questo strano fenomeno, questo mistero?
Azzardiamo una spiegazione: Gertrude Stein ha raccolto la sfida della natura, che sembrava volerla brutta ed insignificante, ed ha costruito invece una vera opera d’arte, fatta di costante ed instancabile lavoro creativo: lei stessa e la sua vita.

Gertrude, poco prima di morire, saluterà il mondo dicendo: “Qual è la domanda? Qual è la risposta?”



domenica 4 settembre 2011

Santa Libera e il mito della collina

Santa Libera. Uno spazio, una casa, una terra. La stessa terra e il paesaggio di Cesare Pavese con le sue colline. Le Langhe.


Santa Libera. Uno spazio nascosto dal mondo delle cose degli uomini. Una sensazione di senza tempo. Una sensazione di “altrove”. Un mondo che sembra arrestarsi dietro quelle colline, immobili, le stesse che furono nelle parole e negli occhi di Pavese: la sua terra, le sue vigne, i suoi falò.

Noi. Arriviamo ogni volta da te, come quando si ritorna, da grandi, nella casa dell’infanzia, delle origini. Per ritrovare in noi quello sguardo sull’”aperto” che in città si chiude e si spegne.
Santa Libera. Cerchiamo di immergerci nella tua saggezza, nella tua calma, nei tuoi ritmi, nella tua sacralità. Cerchiamo ogni volta di sapere da te un po’ di più su di noi, osservandoti vivere, come si osserva una madre, vivendo con te e ritrovando in te i nostri primi sogni, le nostre prime immagini, le nostre prime parole, che sanno e parlano di assoluto. Ritroviamo l’essere umano che c’è in noi a volte un po’ smarrito. Ritroviamo la natura originaria delle cose, il senso dello spazio e del tempo.

Santa Libera, stai col tuo sguardo muto, nella storia e nella memoria del mondo, ad osservare il cammino del sole, che scalda le vigne e le lucertole, che penetra nei boschi e nelle tane.
Al buio parli agli uccelli della notte, alla luce disegni forme mitiche nel cielo, giochi al teatro con le ombre degli alberi, mossi dai sospiri del vento ed illuminati dalla luce ipnotizzata del fuoco.

Santa Libera. Momenti indimenticabili di una vita che sembrava perduta per sempre.

«L'accordo con il tutto rende ogni creatura ciò che essa è [...]. E così, di nuovo, ogni creatura è solo un suono, una sfumatura di una grande armonia». - W. Goethe -