lunedì 22 dicembre 2014

Isadora Duncan - Danzare la Vita

Cosa vuol dire danzare? Alla nostra mente giungono immagini di danzatori, ballerini che saltano e fanno movimenti plastici su un palcoscenico. Corpi che si muovono in maniera esteticamente e anche atleticamente impeccabile.
E’ dunque questa la danza? Senz’altro questo è quanto siamo abituati a pensare e a vedere in uno spettacolo di danza.
In un film di Pasolini viene chiesto ad un regista cosa ne pensa di Federico Fellini e lui risponde: “Egli…danza….egli…… danza….!”. Senza dubbio non si stava riferendo alla danza di un corpo. Ma alla danza di un’anima. Un’anima che sente, che prova emozioni, che coglie immagini e le trasforma in un’altra realtà, la realtà poetica dell’Arte.

Questa stessa concezione della danza e del movimento l’hanno avuta molti altri artisti nei loro diversi linguaggi espressivi: pittori, scultori, musicisti.

Ma ovviamente ciò è avvenuto anche nella essenza stessa di questo linguaggio, portata al rango di Arte dalla più grande innovatrice di danza di tutti i tempi: Isadora Duncan. 



 La solita eterna domanda: Creativi si nasce o si diventa? Dobbiamo continuare a porcela. E forse ogni volta possiamo aggiungere un nuovo elemento per aiutarci a giungere ad una risposta. Questa volta possiamo aggiungere: Prova a danzare, poi si vedrà. Ma danza col cuore, con la mente, col corpo!!!
Questo disse e fece Isadora Duncan per tutta la vita. Una continua danza. Con corpo, cuore, mente sempre in azione, sempre tutti e tre in movimento, assieme. Ma quale fu l'irripetibile vita di Isadora Duncan?

Nata a San Francisco nel 1878 e cresciuta in povertà, Isadora all’età di sei anni è in grado di radunare intorno a sé un gruppo di bambine e comincia a dare lezioni di danza. Come si fa ad insegnare la danza senza conoscerla? Una domanda logica. Dipende da cosa si vuole insegnare e Isadora non voleva insegnare la danza che si conosceva, ma qualcosa di assolutamente nuovo, che lei stessa scopriva giorno dopo giorno:….. la vita. Danzare la vita.

A 22 anni decide di partire per Parigi.
Nel suo processo creativo, Isadora abbandona il tutù, calzamaglie e scarpette di raso. 
All’Opera di Parigi, da sola su un grande palco illuminato, senza nessuna scenografia, vestita di una tunica di velo, a piedi nudi. Il debutto sarà un trionfo. Da quella sera sarà per i Parigini Isadorable”.

La bellezza è lo svelamento di una verità nascosta che si può trovare soltanto nel profondo di noi stessi. 
Questo Isadora impara dalla vita e dal suo costante studio e questo continua a mettere nella sua danza, sempre nuova, sempre più umana, sempre più vitale.

Il suo grande sogno, obiettivo, progetto si fa sempre più chiaro e nitido nella sua mente. Creare la sua scuola di danza.  
Ma per ottenere ciò deve danzare, danzare sempre, nella vita e nel teatro, nonostante i dolori e le sofferenze che il destino ha sempre in serbo per ognuno di noi: i suoi due figli annegano nell’auto che scivola silenziosamente nella Senna.
Un dolore atroce. La vita è finita, i sogni sono morti, il mondo è vuoto. Un attimo in cui la follia le siede accanto. Isadora Duncan, la ribelle, sente che non avrebbe più potuto danzare.

Ma cosa sappiamo noi di noi stessi? Cosa sappiamo di come il nostro essere si comporterà domani? Quanto gli eventi della realtà, seppur tragici e insopportabili, possono cancellare la nostra più profonda natura?
Una forte passione, una spinta vitale senza limiti, un ideale assoluto, può rendere meno doloroso l’impatto con la realtà? O può almeno permettere di continuare a vivere, per quell’ideale?

Le allieve di Isadora, sapendo dell’accaduto e dello stato di Isadora, vollero andare a trovarla.
Isadora le strinse tutte a se dicendo: “Adesso i miei figli dovete essere voi”.

Quando nel 1915 la guerra è al culmine, un pensiero salverà Isadora: le sue nuove figlie!! Le sue allieve!! Le raggiungerà a New York. La prima rappresentazione, con un vero pubblico di spettatori, la diede al Metropolitan, e per lei fu molto importante in quanto era la prima volta che si esibiva dopo la morte dei suoi bambini.

Finita la guerra Isadora, contenta di riavere le ragazze e al massimo della felicità, esplicò loro il desiderio di fondare una scuola di danza in Grecia. 
I sogni, i sogni più grandi, non bisogna mai dimenticarli. Sono a volte la forza che ci fa alzare al mattino, anche se sembra che non ci sia un motivo valido.
Così partirono per Atene dove Isadora e le sue allieve potevano finalmente vivere in un atmosfera ideale.

Ma può una vita del genere, sempre in movimento, sempre a rischio, avere lunghi momenti di pace? Purtroppo la morte del giovane re di Grecia fece cadere il partito che sosteneva la sua scuola; non le rimase altro che partire per ritornare a Parigi.

Tutto finito? Sogni, danza, futuro? Probabilmente…. se durante la nostra vita non abbiamo continuato a vivere. E magari pretendiamo che avvenga qualcosa di positivo, da sé, solo perché lo vogliamo. Ma quanto ci aveva messo Isadora della sua vita, quanto ci aveva investito, perché la sua potesse sempre essere chiamata…. vita?

Nella primavera del 1921 Isadora riceve un telegramma da Mosca: “Soltanto il governo russo può capirti. Vieni da noi, ti daremo la tua scuola”. Isadora risponde: “Sì, verrò in Russia ed insegnerò a danzare ai vostri bambini”. La danza della vita continua. Tra felicità e disperazione.

Scrivono i giornali russi: “Ecco l’artista di fama mondiale che ha coraggiosamente lasciato la crollante Europa occidentale capitalista per venire a istruire in Russia i bambini della Nuova Repubblica”.
E così la danza della sua vita continua in Russia. 

Con un incontro speciale. 
Un demone vestito da angelo: il poeta Sergei Esenin.
Un incontro tra due anime brucianti.
Se lo avesse cercato non avrebbe trovato in tutta la Russia un uomo più complicato e difficile di lui.
Quando lo incontrò lui aveva 26 anni, ma aveva già vissuto una vita intera!
Fecero una luna di miele che era un carnevale continuo che durò quasi un anno intero, un anno di alberghi, grandi bevute, orgiastiche feste, e scorrazzate a tutto gas con una fiammante automobile rossa per le strade di mezza Europa e negli Stati Uniti.

Ma quando, dopo una lunga tournèe in America, Isadora e Sergei ritornarono a Mosca, Sergei, appena sceso dal treno, s’inginocchiò a baciare il suolo della Russia ed Isadora disse:“Ho riportato nel suo paese questo bambino, ma non voglio avere più niente a che fare con lui”.
Sarà però lui a lasciarla per sposarsi con un’altra donna, un’attrice molto bella.
Il 31 dicembre 1925, mentre Isadora è a Nizza, Sergei si suiciderà impiccandosi nella stessa stanza d'albergo che i due avevano occupato appena sposati.
Perché lo fece? Perché l’amore, poi la fine dell’amore, poi il suicidio, e poi la morte? Isadora ci risponde non con le parole, ma con il suo linguaggio: la vita è una danza, un continuo movimento. O ci lasciamo muovere da ciò che succede o decidiamo noi che passi e forme dare al nostro corpo, alla nostra vita.
Così Isadora si ritrovò sola, accompagnata  solo dalla sua eterna necessità: la scuola di danza.

Il 14 settembre del 1927 è a Nizza. Salutando alcuni amici sale su una lussuosa Bugatti.
E’ allegra, sembra felice. Pochi metri, la lunga sciarpa di seta che indossa s’impiglia nelle ruote dell’auto e la strangola all’istante in un abbraccio mortale.

L’ultima danza. Un passo a due con la morte. Una danza sopra ogni tipo di dolore: “Addio amici, vado verso la gloria”, furono le sue ultime parole.

Sotto una fitta pioggerella il corpo di Isadora fu trasportato a Parigi e sempre sotto la pioggia dopo tre giorni fu seppellito nel cimitero del Père Lachaise. All’ingresso c’erano migliaia di persone.

"Danzare è vivere. Quello che io voglio è una scuola di vita, perchè le ricchezze più grandi dell'uomo si trovano racchiuse nella sua anima e nella sua fantasia. Ci può anche essere un'altra vita dopo questa, ma io non so che cosa vi troveremo. Quello che so è che le ricchezze che abbiamo qui sulla terra risiedono nella nostra volontà, nella nostra vita interiore" 
(Isadora Duncan)

giovedì 30 ottobre 2014

Diane Arbus - Sguardi randagi oltre lo specchio

Quante volte abbiamo sentito la necessità di fermare il momento che stavamo vivendo? Quante volte abbiamo pensato “vorrei imprimere nella memoria questa immagine per sempre”? E così facciamo una fotografia.
Una fotografia. Che cos’è? La cristallizzazione di un istante che non potrà più ripetersi. Facciamo fotografie per rendere eterno l’attimo. Ma si fotografa quello che si vede o si fotografa per poter realmente vedere?
Possiamo essere tutti di fronte ad una stessa immagine della realtà e guardarla, ma non tutti vediamo la stessa cosa. Forse qui sta la differenza tra chi fa fotografie da mettere in un album di ricordi e chi, come l’artista, attraverso la fotografia vede qualcosa che a noi è sfuggito, qualcosa che era sotto i nostri occhi ma noi non abbiamo colto.
Le foto si fanno con occhi, cuore, testa. Ci vuole uno sguardo speciale, straordinario. Uno sguardo capace di vedere ciò che a noi sfugge. Forse come questo.

Due occhi chiari, magnetici e penetranti, a cui vorremmo sottrarci, forse consapevoli del loro potere di smascherare le illusioni che abbiamo su noi stessi. 

Uno sguardo impietoso ma, insieme, dolce, profondamente comprensivo. 
Lo sguardo di Diane Arbus.

Da quali lontananze giunge il suo sguardo? Come è riuscita a penetrare la realtà apparente, squarciandone il velo? 

A chi le chiese il perchè si fosse dedicata seriamente alla fotografia solo a partire dai suoi 38 anni, Diane rispose, con un sarcasmo cristallino: "Perchè una donna passa la prima parte della sua vita a cercare un marito, a imparare ad essere una moglie e una madre, e a tentare di svolgere questi ruoli nel modo migliore. Non le resta il tempo di fare altro"

Le letture di Alice, Kafka, gli acquarelli di Grosz portano la Arbus alla fotografia di esistenze di una periferia invisibile. Diane ricerca i suoi soggetti nei  sobborghi, negli spettacoli di quart’ordine legati al travestimento, scopre povertà e miserie morali, ma soprattutto fa diventare il centro del proprio interesse i cosiddetti “freaks”, colpita dallo scandaloso film di Tod Browning che rivedrà decine e decine di volte.

Affascinata da questo mondo oscuro di “meraviglie della natura”, comincia a frequentare Coney Island, un quartiere di Brooklyn conosciuto per i suoi luna park, saloon, alberghi e casinò. E’ qui che Diane va alla ricerca dei suoi soggetti. Ciò che rende il suo lavoro fantastico e unico è la mancanza totale di premeditazione, ma solo ricerca istintiva, ossessiva.
Diane Arbus non chiede ai suoi soggetti di modificare le loro posizioni, non chiede delle pose. 
Diane pensa solo a mettere in centro il soggetto che deve essere la foto. Come nelle pellicole europee del neorealismo dei primi anni cinquanta, in cui la realtà viene mostrata per quello che è: nessun abbellimento, nessun intervento per migliorarla; la vita scorre senza alcuna consolazione esterna.
"Io mi adatto alle cose malmesse. Non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io"
Diane ridefinisce il confine tra “normalità” e “devianza”, ghettizzazione ed accettazione. Cosa è normale? E rispetto a quale criterio? Se in un campo di nudisti la fotografa rimane vestita, chi è fuori luogo?
"Quelli che nascono mostri sono l'aristocrazia del mondo dell'emarginazione... Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I mostri sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici
L’occhio di Diane Arbus vede il vuoto dietro il vuoto, il glaciale nulla dentro cui scorre la vita umana. 

Nella foto del patriota coglie lo sguardo vacuo, l'espressione di un ragazzo a cui non è chiaro per chi o cosa stia manifestando. Coglie l'orrore della dottrina, del non pensiero, del condizionamento all'azione. Nonostante si voglia continuare a credere che la Arbus sia vittima di una partecipazione emotiva che la consumerà nell’anima, sta di fatto che, del suo lavoro, colpisce proprio l’evidente esistenza di “un’empatia non sentimentale”: una forma di reciproca accettazione, in virtù della quale la fotografa non mostra compassione per i fotografati, che non la chiedono, perché non esprimono disagio o sofferenza per il proprio esser “strani”.                                                                                                        Mi pare di avere una specie d’istinto per la qualità delle cose. E’ qualcosa di sottile e per me un po’ imbarazzante, ma credo davvero che ci siano cose che nessuno vedrebbe se io non le fotografassi” [D.A.].                                                                                   
Decisa a dare al mondo immagini di una realtà insolita, dolorosa e piena di significato, si concentra sulla vita dei minorati. 
E' affascinata dalla loro estrema innocenza, dall'assoluta mancanza di coscienza di sè, dall'essere completamente assorbiti da quello che fanno.

Diane Arbus diventa un punto di riferimento per i giovani artisti dell’epoca, tiene seminari, lezioni, conferenze. 

Riesce però a fatica a far convivere la sua ricerca pura, interiore, con il suo esistere nel mondo, le relazioni, i progetti, gli impegni. 
Non può più stare sempre nell’altro mondo e forse, i costanti passaggi dall’uno all’altro sono logoranti.

Lavora di giorno e di notte per le strade insicure, come scudo la sua macchina fotografica. Mangia crudo per non perdere tempo. E’ la corda di un arco sempre tesa a scoccare fotografie come dardi. Il suo lavoro è il progetto della sua vita eppure viene minato dalle foto che le hanno dato elogio immediato. 
Che cosa è successo a Diane? All’inizio è gratificata, ma poi le sembra di aver perso il controllo della situazione. Le immagini vivono a prescindere dalla sua interazione con i soggetti. Ci sono le sue ossessioni, i suoi ideali, il suo stupore di vivere, ma lei non c’è. E’ come se le fotografie le scivolassero tra le dita, come sabbia. La sua carica creativa sembra arrestarsi e lei si trova, all’improvviso, al di qua dello specchio. 
Un’Alice orfana del suo magico mondo.
E’ il buio della visionaria, dell’angelo maledetto, è il fruscio dell’anima che, come una foglia autunnale, in un’afosa giornata estiva, si stacca da un mondo in cui non trova più linfa vitale.
Al funerale di Diane poche persone.                                                                                   Tra queste il fratello Howard, che per lei scrisse l’elogio funebre: 
               A Diane, morta per propria mano
Cara, io mi domando se prima della fine
Hai mai pensato a un gioco da bambini
Io so che lo conosci e ci hai giocato
Che hai corso lungo il muro di un giardino
Come fosse un crinale di montagna
Erto sulla nevosa oscurità che si perdeva
Da entrambi i lati, in baratri profondi.
E quando l’equilibrio ti è mancato
Hai saltato, temendo di cadere e ti sei detta
Per un istante solo: forse è così morire.
Era un’altra vita. Tu te ne sei andata
E più non giochi al gioco degli adulti
In equilibrio sul crinale, al buio
Corri e non guardi in basso
Né salti per paura di cadere.

Forse Diane non è saltata giù dal crinale dell'esistenza. Forse ha semplicemente corso a perdifiato nella vita, incurante o immemore del precipizio. 
Forse è giunta in un luogo non luogo, davanti a un volto senza volto, qualcosa che non poteva più raccontare con la sua macchina fotografica. 

(Tratto da "Incontri Straordinari", progetto realizzato dal gruppo di ricerca dell'Associazione Artistico-Culturale Aletheia)

domenica 27 luglio 2014

Oscar Wilde - La Bellezza: Inferno o Paradiso?

“Il bello è lo splendore del vero”, dice Platone. Diremmo appunto che è una “bella” immagine. Profonda. L’unico problema è che se volessimo restare un po’ su questa affermazione, cominceremmo a porci tutta una serie di domande. Cos’è il bello? Cos’è il vero? Domande d’altronde che l’uomo si pone da sempre. E parole che l’uomo usa da sempre, spesso con molta disinvoltura, senza forse domandarsi che cosa con tali parole egli voglia veramente significare.

Che cos’è infatti la bellezza?
Quando noi troviamo, cogliamo qualcosa che ci appare veramente bello, la prima reazione è quella di stupore, di meraviglia. Come se si aprissero sensazioni nuove, ipotesi nuove, mondi nuovi, che nella normalità, ci sembravano impossibili, inesistenti.
Ma ci succede spesso? Dove e come potere incontrare la bellezza? E poi, la si incontra? O bisogna prepararsi all’incontro con essa, come ad un incontro d’amore?
Forse non siamo più capaci di amare e così forse succede con la bellezza?
Non siamo più capaci di coglierla?

Perché, forse,  per incontrare la bellezza bisogna saper vedere, ed essere capaci di quello “sguardo”.
Di uno “sguardo” che è fuori di noi, fuori dai nostri abituali criteri di giudizio, fuori dal nostro quotidiano sentire, fuori dalla nostra natura razionale. Solo allora, forse potremo incontrare la bellezza, quella bellezza che è lo splendore del vero. Un incontro che può essere esteticamente piacevole, ma a volte anche drammaticamente doloroso.

Ma allora perché cerchiamo la bellezza? Cosa ci sta dietro questo bisogno di bellezza?
“La Bellezza è l'unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia, le credenze si succedono l'una sull'altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed un possesso per tutta l'eternità”.
Non possono che essere parole di un artista. Un artista per il quale la bellezza può vincere sul tempo, facendo cogliere il senso dell’eternità. Chi poteva osare dire tanto e osare agire così tanto? 
Il Re della Vita: Oscar Wilde.

(Oscar Wilde nel 1882)
Il Re della vita. Così Oscar Wilde si definisce in una lettera indirizzata al suo giovane amante Alfred Douglas. Il Re della “propria” vita. Colui che ha cercato di riempire di bellezza la propria vita. Nei gesti, nelle parole, nelle relazioni e nell’Arte.

La vita di Oscar Wilde é una singolare parabola morale e, insieme, un'opera di genio.
Wilde non seppe e non volle essere un grande scrittore. La sua opera d’arte doveva essere soprattutto la sua vita. Oscar Wilde cercò di trasformare ogni singolo istante in gioia, circondandosi di bellezza, senza sprecare un solo attimo della sua esistenza.

Ma cos’è la bellezza per Oscar Wilde? La sua era solo una bellezza puramente estetica? No, la sua idea di bellezza, come Platone, era sete di verità.

Ed è in nome di questa verità che sostenne la necessità, per l’artista, di godere della libertà assoluta, onde poter esprimere la sua arte in autentici capolavori. L’artista deve essere libero da ogni legame con la società, libero dai sentimenti, da ogni credo, poiché tutti questi obblighi limitano la sua capacità di ricerca del bello e quindi del vero.

Ci giunge spontanea una domanda: Ma se Oscar Wilde cercava, si attorniava e viveva così intensamente di bellezza, doveva essere molto felice. La sua vita una gioiosa passeggiata.
Oscar Wilde ci dà una chiara risposta attraverso la sua opera più importante, che diventerà eterna, come forse quell’idea di bellezza, tanto cercata. Il ritratto di Dorian Gray. Una vera e propria celebrazione del culto della bellezza.

Protagonista del romanzo è il giovane bellissimo Dorian Gray, ossessionato dall'idea di invecchiare e di perdere la sua avvenenza. Il pittore Basil Hallward gli fa un ritratto, e Dorian ottiene, grazie ad un sortilegio, che ogni segno del tempo deturpi non lui ma il ritratto.


Nel romanzo si coglie l’intreccio delle diverse personalità dei tre personaggi principali: Dorian Gray, dissoluto e amorale, edonista che vive di apparenze e che arriverà al tragico epilogo nel disperato tentativo di far coincidere l’arte con la vita; Lord Henry Wotton, l'amico, affascinante dandy il cui spirito cinico e decadente richiama quello dello stesso Wilde e Basil Hallward, il pittore, l'artista che plasma la Bellezza, invaghito di Dorian, del quale cerca di portare alla luce la coscienza morale.

Oscar Wilde li descrisse così in una lettera ad un suo amico Robert Ross:
“Basil è ciò che io credo di essere, Lord Henry ciò che il mondo pensa di me e Dorian ciò che mi piacerebbe essere, forse, in un’altra età”.
L’autore descrive un mondo aristocratico, dove tutto è vuoto e superficiale. Il tema è estremamente attuale e viene efficacemente riassunto in uno degli aforismi più noti del romanzo: “Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla”

Nell'opera appare in primo piano la condanna moralistica del vizio e la sua punizione, ma il romanzo rappresenta con compiacimento anche il fascino e la forza attrattiva del male, da intendersi come vita reale, coi suoi piaceri e le sue seduzioni. Il rapporto tra Dorian Gray e il quadro che lo rappresenta è così l’ambiguo rapporto, irrisolvibile per l’eroe decadente, tra il bene e il male, tra l’immutabile perfezione dell’arte e la precarietà dell’esistenza.

Ne "Il ritratto di Dorian Gray" si coglie che per Wilde la funzione dell’artista è inventare, non fare cronaca. Il realismo della vita sciupa continuamente l’arte; il piacere supremo in letteratura e nell’Arte è realizzare ciò che non esiste, dove l’Arte reagisce e vince contro la cruda brutalità del realismo puro e semplice.

Ma le vie del piacere portano veramente alla felicità ?
Ed eccoci ancora una volta di fronte ad una di quelle parole che riempiono le nostre bocche e le nostre orecchie. Ma il cui vero significato sembra non esistere. E soprattutto non esiste per quello che possiamo chiamare Artista.
Oscar Wilde non cerca la felicità nella vita. Anzi egli non fa altro che evadere dalla vita e dalla conseguente ricerca della felicità in essa, per rifugiarsi in un’inerzia e in un totale disimpegno dal mondo. Oscar andava verso il piacere come si va verso il dovere: “Per un terribile dovere devo provare piacere.”

“Non la felicità! Soprattutto non la felicità. Il piacere! Bisogna voler sempre il più tragico dei piaceri….”

Aveva forse pensato, forse capito, che la felicità, quello stato costante, statico, immobile di pace e serenità, non valeva la vita di un uomo?
Dopo la condanna per omosessualità, scontata ai lavori forzati, Oscar Wilde sprofondò nella più cupa e insopportabile delle sofferenze. Lo scrittore andò gradualmente ma inesorabilmente incontro alla morte. Ma con che animo? Con che profondità di pensiero? Sarebbe stato possibile tutto ciò, senza la sua vita fatta di eccesso?

"Noi che viviamo in questo carcere, nella cui vita non esistono fatti ma dolore, dobbiamo misurare il tempo con i palpiti della sofferenza, e il ricordo dei momenti amari. Non abbiamo altro a cui pensare. La sofferenza è il nostro modo d'esistere, poiché è l'unico modo a nostra disposizione per diventare consapevoli della vita; il ricordo di quanto abbiamo sofferto nel passato ci è necessario come la garanzia, la testimonianza della nostra identità.
Perchè il segreto della vita è la sofferenza. Essa è ciò che si nasconde dietro ogni cosa. Quando incominciamo a vivere, il dolce è così dolce e l’amaro così amaro, che inevitabilmente indirizziamo al piacere tutti i nostri desideri, e tentiamo non soltanto di nutrirci del favo del miele per un mese o due, ma di non toccare altro cibo per tutti i nostri anni, ignorando che nel frattempo la nostra anima soffre la fame"

Parole di un'anima. Sofferenza e bellezza. Inferno e Paradiso. Può esistere una senza l’altra?
Sì, ma solo in un'esistenza totalmente vuota.

La sua vita è stata un po’ commedia, un po’ dramma, come quello di Dorian Gray, e un po’ favola, come quelle che Oscar raccontava ai suoi due figli  quando erano piccoli. 
Una delle più belle è "L’usignolo e la rosa":

“Un usignolo dal suo nido sentì un giovane studente esprimere la propria tristezza poiché nel suo giardino non c’era nemmeno una rosa rossa, grazie alla quale avrebbe potuto ballare con la sua innamorata, come lei stessa aveva detto. Si disperava poiché, sebbene avesse letto tutto ciò che i saggi avevano scritto e conoscesse bene la filosofia, la sua vita dipendeva da una rosa rossa.

L’usignolo fece di tutto per cercare di aiutarlo, volò di giardino in giardino, ma non trovò nessuna rosa rossa. Decise allora di sacrificarsi: si gettò sulla spina di un rovo perforandosi il cuore, così che il suo sangue potesse rendere rossa la rosa, e mentre la vita abbandonava il suo corpo, cantò per l’ultima volta. Il mattino seguente il giovane trovò sulla finestra la rosa rossa
Appena la vide disse che era la rosa più rossa e bella di tutto il mondo e tutto felice andò dal suo amore. Quando fu lì, porse la rosa alla ragazza, ma lei, senza gratitudine, la rifiutò, e allora lui la gettò via”.

Oscar Wilde è stato un usignolo: amò la bellezza, amò l’amore, e continuò ad offrire questa sua passione, anche a chi poteva non comprenderla o rifiutarla. Ed allora colorò la sua vita di sangue, perché: "Dietro esistenze sublimi, c'è sempre qualcosa di tragico. Occorrono grandi tribolazioni perché possa sbocciare un piccolissimo fiore".

Starà ora a noi decidere cosa farne, di quella rosa rossa.
Passeri che scorazzano giocherellando nei cortili dell’esistenza? O usignoli che amano la vita fino a colorarla col loro sangue?
Oscar Wilde non ha mai avuto dubbi. La bellezza è l’unico vero senso di una vita, anche se per coglierla si deve spargere molto del proprio sangue.
Per diventare il Re della propria Vita.

giovedì 26 giugno 2014

Virginia Woolf - Il Genio si fa malato


Se una persona ci dicesse di sentire gli uccellini cantare in greco, come reagiremmo? Cosa penseremmo? Ci guarderemmo in giro attenti a cogliere qualche strano suono? 
O guarderemmo quella persona con occhi sospetti?
Il mondo non ha tempo per pensare. Deve agire. E per agire, muoversi nei meandri di una realtà in continuo movimento, deve rapidamente, senza troppe riflessioni, prendere posizioni chiare e nette rispetto agli eventi, persone e situazioni che la realtà stessa gli pone davanti. E così dobbiamo immediatamente decidere tra il bene e il male, il buono e il cattivo, il sano e il malato, il capace e l’incapace, l’integrato e il disadattato e così via.

Ed ecco quindi che, come direbbe Pirandello, la persona in questione prende una forma, che le viene affibbiata dal mondo, e non riesce più a staccarsela di dosso.
Se poi questa forma riguarda lo stato mentale di una persona, ogni azione che da questa verrà messa in atto, sarà sempre per il mondo, e forse anche per lei stessa, la conferma di quella immagine/giudizio che di essa il cosiddetto mondo si è fatto.
Ogni atto che risulta incomprensibile per la nostra piccola ed inesperta, ma arrogante mente, verrà inesorabilmente targato come “follia”.
Figuriamoci poi se una persona nota, di successo, benestante, con famiglia, intelligente, un giorno decidesse inspiegabilmente di suicidarsi! Doveva essere pazza, senz’altro depressa, malata mentalmente. Nessuno pensa che ci possiamo trovare di fronte ad una persona unica, straordinaria, che vede ciò che nessuno può vedere, sente ciò che nessuno può sentire, agisce come nessuno può agire.

E se esistessero veramente gli uccellini che cantano in greco? Ma forse a furia di vedere reazioni preoccupate o terrorizzate da questo comportamento, anche questa persona visionaria comincerebbe a pensare di essere malata, depressa, mentalmente instabile. E anche arrivare all’estreme conseguenze, leggendo se stessa e la realtà come la leggono gli altri.

Ma forse dentro di noi, almeno di chi non si accontenta delle facili e tranquillizzanti risposte, potrebbe rimanere forte e chiaro il dubbio: e se esistessero veramente gli uccellini che cantano in greco?
Questo tipo di domande ce le potremmo e forse dovremmo porre per molti artisti che la Storia ha liquidato facilmente come malati. Tra essi un caso particolarmente anomalo. Virginia Woolf.

Una donna, un genio della letteratura, che si è messa nelle tasche, insieme a pesanti pietre, i segreti che solo lei aveva potuto vedere, e li ha portati con sé, nel profondo delle acque di un fiume. Lasciando noi qui, perplessi e sgomenti, ad osservare il suo bastone ed il suo cappellino, lasciati sulla sponda di quel fiume.

E’ il 28 marzo 1941. Nell’acqua del fiume Ouse, vicino alla sua casa di campagna, si uccide Virginia Woolf, uno dei più importanti personaggi della letteratura del XX secolo. La sua vita si conclude nell’acqua, con quel ritorno simbolico all’abbraccio materno. Era stata infatti proprio la morte della madre, avvenuta quando Virginia aveva 13 anni, a determinare la sua prima grande crisi depressiva.
Anche i  primi ricordi della sua giovinezza privilegiata sono legati all’acqua: il mare della Cornovaglia, dove passava felicemente l’estate; e poi “Le onde”, l’opera che l’ha portata al successo. Un romanzo intessuto di monologhi interiori, come onde in continuo fluire e rifluire, secondo quel flusso di coscienza, che si era fatto stile. Il suo stile. Scrisse una volta:
"La vita è molto solida o molto instabile? Sono ossessionata da questa contraddizione. Dura da sempre, durerà sempre, affonda giù fino alle radici del mondo, quest'attimo in cui vivo. Ed è anche transitorio, fuggevole, diafano. Passerò come una nuvola sulle onde",
                                                         
Tra il mare dell’infanzia, le onde del successo e il fiume della morte, si dipana la vita di Virginia. Una vita “liquida”, appunto, come l’acqua, in costante mutamento, sempre imprendibile, con cambi di forma e di colore, a seconda degli spazi, degli eventi e delle persone con cui entrava in contatto.
Ed è così che nasce il mito: Virginia Woolf, il genio malato.

Ma che  rapporto c’è tra malattia mentale e la sua accanita creazione artistica? Come si relazionano queste due Virginia, questi due aspetti della Woolf?

Per Virginia Woolf la malattia è fertile; senza sfuggirle si lascia prendere e trascinare nei suoi oscuri abissi. Gli uccelli cantano in greco: "il greco è una lingua che mi  piace, ma non in gola agli uccelli. E il re Edoardo, perché urla quelle parole oscene? E la madre, perché torna come il fantasma di re Amleto a rimproverarla? E perché viene quella voglia tremenda di morire? E’ questa la follia?"

Ma è la sua forza produttiva generata dalla sua malattia? O forse è la sua pulsione creatrice, vivere in un’altra realtà, che genera questa condizione?  Quale la causa e quale l’effetto?

Virginia Woolf trasforma la sua condizione di malattia nell’“inevitabile” strumento per il suo desiderio di scrivere. Cerca in tutti i modi di indagare la sua angoscia, questa presenza straniera che la espelle dalla vita.: una condizione in cui l’io è preda di un fantasma che viene dal di dentro. Quando è “pazza”, Virginia lo subisce. Quando è sana, ne scrive.

Virginia vuole vivere e vuole scrivere: per fare questo sceglie di allearsi con il nemico: "Soltanto lo scrivere controlla la mia personalità; nulla è completo se non scrivo"


Forse anche per questo non ha mai voluto farsi curare. Negli anni con il marito Leonard ha scelto di curarsi così: latte, burro, silenzio e riposo. Avrebbe potuto rivolgersi ai più eminenti dottori, ha conosciuto anche Freud, ma non lo ha fatto. Vuole comprendere quella parte della sua anima, non vuole analizzarla, ma conoscerla. Non andrà mai a raccontare ad uno sconosciuto i suoi deliri. Sono troppo preziosi. Li ha raccontati però a noi, il suo pubblico.

Per Virginia Woolf la malattia diventa parte della sua vita. “Se non vivessimo audacemente, prendendo il toro per le corna e tremando sui precipizi, non saremmo mai depressi, senza dubbio; ma già saremmo appassiti, vecchi, rassegnati al destino”.

Ma che cosa accade se il progetto dell’esistenza, il senso e lo scopo della vita, vengono minacciati o addirittura non individuati  a causa di un’esistenza ridotta ai soli bisogni ? Come si può immaginare una vita priva di una tensione verso qualcosa che non sia solo la sopravvivenza?
Virginia si pone costantemente questa domanda, mentre il cielo si oscura delle nuvole cupe della guerra. Ora si ritrova in un mondo depredato della sua bellezza. Un brusco risveglio in una realtà che ancor meno le appartiene. Un mondo che sta ingoiando ogni cosa, anche le sue parole.

Meglio tacere, dice la Woolf, meglio inoltrarsi nella “silent land”, la terra silenziosa che sta al posto della  - o forse oltre la - parola, dove tutta l’arte si combina, dove si fondono poesia, pittura e musica, dove le gocce di colore, le parole scritte e le melodie, diventano una cosa sola, dove il significato si dilegua e lascia il posto alla pura emozione che appaga e gratifica.

Virginia Woolf dice “ meglio tacere”. Lo dice, lo scrive. Non si è chiusa nei confini del dolore, ma si è aperta alla vita, alla sofferenza e alla gioia, propria e degli altri, delle persone amate e non solo di queste. 

Virginia Woolf. Una persona per la quale, nel mondo e nel tempo, ogni momento era e doveva essere completamente nuovo e senza precedenti. Non accettò mai nessun genere di routine o di modo comune di intendere la vita. Fino alle ultime estreme conseguenze. Rifiutò ogni genere di clichè; tutto quello che la circondava diventava strano, inesplicabile e tale fu il mondo che creò nei suoi libri. Strano perché visto con un occhio unico, diverso dagli altri….da folle?



"...guardare la vita in faccia,
sempre guardare,
la vita in faccia, sempre
e conoscerla per quello che è
alfine, conoscerla, amarla, per quello che è
e poi metterla da parte
per sempre, gli anni
per sempre, l'amore
per sempre, le ore"


La pazzia era diventata una rappresentazione, conseguente alla decisione di rinunciare alla normalità, di rifiutare il conformismo; un ruolo da recitare, perché la società non accetta la sua disarmante autenticità.
“Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sè come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo.”

Ma sono i pazzi a recitare un ruolo, oppure sono proprio loro che, rinunciando ad ogni ruolo, mostrano se stessi?

Forse la pazzia è da considerare come una dimensione dell'esistenza piuttosto che una malattia. Gli uccelli che cantano in greco non sono i vaneggiamenti di un folle, ma la lucida espressione della sofferenza di chi vuole essere libero di esprimere la propria identità più profonda.

Ma forse questa libertà, questo sentimento umano, il desiderio puro, senza compromessi, di creatori, inventori, poeti, non può essere quel sentimento di mancanza che, a volte, senza spiegazione, abita il nostro animo, ci commuove e che forse, se ascoltiamo bene, ci fa anche sentire gli uccellini cantare in greco.

martedì 8 aprile 2014

Eleonora Duse e Gabriele D'Annunzio - Amore da Artisti

(Gabriele D'Annunzio e Eleonora Duse)
A volte, come in un gioco del destino, i grandi personaggi della Storia si incontrano.
E quando accade è un incontro sconvolgente.
Venezia, 1895. 
Gabriele D'Annunzio incontra la più grande attrice di tutti i tempi, Eleonora Duse.

E’ l’inizio di un grande amore, testimoniato dal primo biglietto che la Duse gli invia:

“VEDO IL SOLE, e ringrazio tutte le buone forze della terra per avervi incontrato. A voi ogni bene, e ogni augurio. Eleonora”.

Ma la Duse non è una donna come tutte le altre. Non è solo una passione passeggera per D’Annunzio. Nella Duse, la Divina, il poeta vede l’unica attrice che possa interpretare i suoi drammi. Lei, con la sua forza tragica, con la maestosità della sua presenza scenica. L’unica che possa incarnare la grandezza dei personaggi da lui creati. Per Eleonora Duse, D’Annunzio è l’artista che può dar vita ad un nuovo teatro, il poeta che può esaltare il suo talento.

Quest’incontro è un caso? E’ frutto del destino? O forse esiste una legge misteriosa per cui le grandi forze non possono fare a meno di attrarsi, per annullarsi ed esaltarsi allo stesso tempo nell’incontro con l’altro, e tendere così alla creazione di qualcosa di grande, di nuovo, di bello?

Eleonora Duse è accesa da una passione ed un sentimento travolgenti. 



(Gabriele D'Annunzio)
Vive quest'amore con grande sacrificio e generosità, mentre D'Annunzio, concentrato sulla sua visione e sul compito che si è dato, vede in ogni forma di sentimentalismo il rischio di una debolezza.
E’ contro la normalità, la banalità, la mediocrità. In lui tutto deve essere estremo, esagerato. 
L’amore, i duelli, le provocazioni, persino le abbuffate di dolci di cui è ghiottissimo: “Poche sono le mie passioni, pochi i miei vizi; ma gli uni e gli altri sono estremi”

Uno stile di vita che mira a produrre piacere, quella scintilla necessaria a mettere in moto il processo della sua energia. Energia che è vita, energia senza la quale un essere umano muore prima della morte. D’Annunzio elimina tutto ciò che non gli produce energia.
 
“La città morta”, il nuovo dramma di D'Annunzio, avrebbe dovuto essere interpretato dalla Duse, ma il poeta, forse suggestionato dall’idea di un esordio teatrale a Parigi, offre la parte alla famosa attrice francese Sarah Bernhardt.

La relazione con Eleonora Duse si interrompe, ma riprenderà non appena il poeta le affiderà la parte di protagonista nei suoi nuovi drammi.
Molti accusano D’Annunzio di aver usato la Duse. Ma era davvero mosso solo dall’opportunità?
O forse non poteva permettere che a dominare fosse il sentimento? Anche lui amò la Duse e trovò in lei la fonte di ispirazione più grande della sua vita, rimanendole legato per sempre.
Ma forse qui ancora una volta stiamo usando parole normali: amore, sentimento, sensibilità, per persone per le quali queste parole avevano probabilmente un significato altro.
Persone i cui comportamenti sono per noi spesso incomprensibili.
 
Nel frattempo i drammi di D’Annunzio non raccolgono molto successo. Solo l’interpretazione della Duse evita il fallimento. Ma D’Annunzio appare incredibilmente sereno e sicuro di sé. Quando il pubblico fischia e urla, lui si presenta in ribalta, e con inchini e sorrisi, ringrazia i pochi che applaudono.

Un nuovo romanzo:“Il Fuoco”. 
Un grande successo, ma anche nuove polemiche. 
(Eleonora Duse)
Nel personaggio della Foscarina si riconosce platealmente Eleonora Duse. La sua decadenza fisica, la sua gelosia patologica, la sua paura di perdere l’amato. 
Come si sentì la Duse? 
Quali furono le sue parole?
“Conosco il romanzo e ne ho autorizzato la stampa perché la mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana. E poi, ho quarantun anni, e amo!”

La sua dedizione all’arte e all’uomo che considerava il più grande Poeta vivente era totale. Questa forse è la vera dimostrazione dell’essere artista: la totale e più incondizionata dedizione all’Arte, a ciò in cui si crede.

E’ il periodo più fertile della produzione poetica di D’Annunzio. 
Durante una vacanza estiva con la Duse, realizza le sue opere più alte, tra cui Alcyone, l'apice della sua lirica. Una raccolta in cui si staglia, con la sua avvolgente musicalità, “La pioggia nel pineto”. 
Il poeta sta passeggiando nella pineta della Versilia con la sua compagna, Eleonora Duse, soprannominata Ermione, quando improvvisamente i due vengono sorpresi da una pioggia estiva.
E’ un’esplosione di percezioni sensoriali, che penetrano i due fino a quando entrambi perdono la loro condizione di creature umane. Si fondono totalmente con la vita vegetale in mezzo alla quale si muovono, in una sorta di metamorfosi che investe i loro corpi, i loro pensieri e i loro sogni.
 
Tra i vari motivi che porteranno alla rottura tra D'Annunzio e la Duse, un episodio: il poeta chiede all'attrice un prestito per pagare il collegio del figlio, ma decide poi di usare quel denaro per comprarsi un cavallo. 
L’ennesima dimostrazione del suo assoluto egocentrismo, che ancora una volta ferisce la Duse. Ma perché si comporta così? 
E’ davvero così impulsivo, irresponsabile, egoista?
Oppure c’è un’altra ipotesi? Il suo amore per il lusso e per il superfluo nasce da un approccio alla vita ben preciso: vuole combattere la razionalità, o meglio la ragione. Opporsi a quel buon senso che misura e calcola conseguenze e opportunità. D'Annunzio vuole andare oltre la ragione, andare là dove solo l’artista può avventurarsi.

Dopo nove anni, la relazione tra Gabriele D'Annunzio ed Eleonora Duse giunge al termine. L'attrice scrive ancora alcune lettere appassionate, prima di rassegnarsi all’idea che la loro storia d’amore sia conclusa.

Circa vent'anni dopo, D'Annunzio riceve la notizia della morte di Eleonora Duse
Possiamo immaginarlo accarezzare il volto scolpito della Duse, da sempre sulla sua scrivania, mentre pronuncia: “E’ morta quella che non meritai”.
(Il volto scolpito di Eleonora Duse, sulla scrivania di Gabriele D'Annunzio, al Vittoriale)

martedì 18 febbraio 2014

Artemisia Gentileschi - La Passione come Destino, il Destino come Passione

Il destino è qualcosa che si conquista o che ci viene dato? Quali sono gli elementi che possono intervenire per modificare un destino sostanzialmente già prefissato dalla natura, dal contesto storico dall’ambiente famigliare, dalla propria indole? Dove possiamo andare a cercare delle possibili risposte a queste fondamentali domande? Senz’altro nella vita di alcuni personaggi che hanno tracciato un solco, hanno aperto una via prima neanche immaginabile, un patrimonio interiore che oggi diamo per normale, scontato, quasi banale. Ma la Storia e la Storia dell’Arte in particolare ci deve poter fare da guida, alla ricerca dei grandi innovatori del destino dell’essere umano.

Riportiamo ora alla mente una nostra visita ad un museo, normalmente colmo di dipinti. E scorriamo i vari quadri con le scritte corrispondenti che riportano nomi e date. Quanti nomi femminili esistono tra questi dipinti? Quasi nessuno. Nella gran parte della storia dell’arte figurativa la presenza di artisti donne è praticamente esclusa. Una donna pittrice è più che una rarità. E’ una cosa unica, un fenomeno assolutamente fuori dalla norma. Ma ecco che appare nella Storia il fenomeno:
Artemisia Gentileschi. XVII secolo. Una donna. Un’artista. Una donna artista. Un’artista donna.

"Autoritratto come Allegoria della Pittura"
Ma che cosa è successo ad Artemisia? Che fine ha fatto il suo destino di donna di quell’epoca?
Che cosa ha reso il suo destino così diverso da quello delle altre donne del suo tempo?
Che cosa le ha permesso di rompere con le convenzioni e le norme della società a cui apparteneva, facendo della sua vita una vita unica, ma soprattutto considerata impossibile?
Un grande coraggio, una assoluta determinazione. Una forte passione.

Ecco la parola magica: la passione.
Passione. Non risuona in noi questa parola una specie di sussulto? Non ci rimanda all’immagine di un grande fuoco che arde, spandendo calore, sciogliendo catene e bruciando barriere?
Passione come forza che spinge, che dà coraggio, che fa andare oltre la stanchezza, la paura. Passione che brucia. Brucia la noia, l’abitudine, il vuoto di senso. E dove trovare questa passione?
La nostra passione?

Anche a noi piacerebbe provare, vivere la passione. Ma cosa facciamo per svegliarla in noi?
La passione di Artemisia non è un forte sentimento. Non è emozione. E’ pura forza vitale. Pura energia. Artemisia questa sua passione la esprime nella vita, attraverso scelte difficili, attraverso decisioni ed azioni che la portano ad essere sempre indipendente e autonoma, avventurandosi nelle situazioni più pericolose per una donna. Ma la passione più intensa, la sua più grande avventura, la spinta che l’ha portata in cima alla Storia è stata sempre la sua arte. La sua pittura.
Artemisia dipinge instancabilmente. Attinge la sua ispirazione dalle orgogliose battaglie dei personaggi femminili della Storia. Eroine che non subiscono l’ingiustizia, il tradimento, la vergogna, ma vi si oppongono, combattendo. Figure mitiche che insorgono contro la tirannia. E quando non possono contrastare la legge del più forte si danno la morte.
"Giuditta che decapita Oloferne"
Spade, veleni, pugnali. Amazzoni, peccatrici, seduttrici, tutte si dibattono tra amore, morte e libertà. Tutte si affrancano, tutte trionfano. Lucrezia, Giaele, Cleopatra. Giuditta. I suoi dipinti superano, in crudeltà, quelli del Caravaggio.
Una violenza ancora più sconcertante se si pensa che è una donna ad esprimerla.
Perché questa rabbia, questa brutalità? Contro chi si scagliava? Il padre? Agostino Tassi, il maestro che l’aveva sedotta? O forse contro il potere delle istituzioni, contro le leggi stesse della natura che volevano la donna ai margini della storia, contro un destino per lei inaccettabile? 

La sua è una ribellione. La forza di ribellarsi ad un senso di imposizioni alle quali un carattere passionale come il suo non poteva sottomettersi. L’arte deve essere una protesta. Un andare contro tutto ciò che impedisce la necessità di esprimere il proprio essere. Una lotta titanica.

(alcuni brani di questo articolo sono tratti da "Artemisia" di Alexandra Lapierre)