martedì 8 aprile 2014

Eleonora Duse e Gabriele D'Annunzio - Amore da Artisti

(Gabriele D'Annunzio e Eleonora Duse)
A volte, come in un gioco del destino, i grandi personaggi della Storia si incontrano.
E quando accade è un incontro sconvolgente.
Venezia, 1895. 
Gabriele D'Annunzio incontra la più grande attrice di tutti i tempi, Eleonora Duse.

E’ l’inizio di un grande amore, testimoniato dal primo biglietto che la Duse gli invia:

“VEDO IL SOLE, e ringrazio tutte le buone forze della terra per avervi incontrato. A voi ogni bene, e ogni augurio. Eleonora”.

Ma la Duse non è una donna come tutte le altre. Non è solo una passione passeggera per D’Annunzio. Nella Duse, la Divina, il poeta vede l’unica attrice che possa interpretare i suoi drammi. Lei, con la sua forza tragica, con la maestosità della sua presenza scenica. L’unica che possa incarnare la grandezza dei personaggi da lui creati. Per Eleonora Duse, D’Annunzio è l’artista che può dar vita ad un nuovo teatro, il poeta che può esaltare il suo talento.

Quest’incontro è un caso? E’ frutto del destino? O forse esiste una legge misteriosa per cui le grandi forze non possono fare a meno di attrarsi, per annullarsi ed esaltarsi allo stesso tempo nell’incontro con l’altro, e tendere così alla creazione di qualcosa di grande, di nuovo, di bello?

Eleonora Duse è accesa da una passione ed un sentimento travolgenti. 



(Gabriele D'Annunzio)
Vive quest'amore con grande sacrificio e generosità, mentre D'Annunzio, concentrato sulla sua visione e sul compito che si è dato, vede in ogni forma di sentimentalismo il rischio di una debolezza.
E’ contro la normalità, la banalità, la mediocrità. In lui tutto deve essere estremo, esagerato. 
L’amore, i duelli, le provocazioni, persino le abbuffate di dolci di cui è ghiottissimo: “Poche sono le mie passioni, pochi i miei vizi; ma gli uni e gli altri sono estremi”

Uno stile di vita che mira a produrre piacere, quella scintilla necessaria a mettere in moto il processo della sua energia. Energia che è vita, energia senza la quale un essere umano muore prima della morte. D’Annunzio elimina tutto ciò che non gli produce energia.
 
“La città morta”, il nuovo dramma di D'Annunzio, avrebbe dovuto essere interpretato dalla Duse, ma il poeta, forse suggestionato dall’idea di un esordio teatrale a Parigi, offre la parte alla famosa attrice francese Sarah Bernhardt.

La relazione con Eleonora Duse si interrompe, ma riprenderà non appena il poeta le affiderà la parte di protagonista nei suoi nuovi drammi.
Molti accusano D’Annunzio di aver usato la Duse. Ma era davvero mosso solo dall’opportunità?
O forse non poteva permettere che a dominare fosse il sentimento? Anche lui amò la Duse e trovò in lei la fonte di ispirazione più grande della sua vita, rimanendole legato per sempre.
Ma forse qui ancora una volta stiamo usando parole normali: amore, sentimento, sensibilità, per persone per le quali queste parole avevano probabilmente un significato altro.
Persone i cui comportamenti sono per noi spesso incomprensibili.
 
Nel frattempo i drammi di D’Annunzio non raccolgono molto successo. Solo l’interpretazione della Duse evita il fallimento. Ma D’Annunzio appare incredibilmente sereno e sicuro di sé. Quando il pubblico fischia e urla, lui si presenta in ribalta, e con inchini e sorrisi, ringrazia i pochi che applaudono.

Un nuovo romanzo:“Il Fuoco”. 
Un grande successo, ma anche nuove polemiche. 
(Eleonora Duse)
Nel personaggio della Foscarina si riconosce platealmente Eleonora Duse. La sua decadenza fisica, la sua gelosia patologica, la sua paura di perdere l’amato. 
Come si sentì la Duse? 
Quali furono le sue parole?
“Conosco il romanzo e ne ho autorizzato la stampa perché la mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana. E poi, ho quarantun anni, e amo!”

La sua dedizione all’arte e all’uomo che considerava il più grande Poeta vivente era totale. Questa forse è la vera dimostrazione dell’essere artista: la totale e più incondizionata dedizione all’Arte, a ciò in cui si crede.

E’ il periodo più fertile della produzione poetica di D’Annunzio. 
Durante una vacanza estiva con la Duse, realizza le sue opere più alte, tra cui Alcyone, l'apice della sua lirica. Una raccolta in cui si staglia, con la sua avvolgente musicalità, “La pioggia nel pineto”. 
Il poeta sta passeggiando nella pineta della Versilia con la sua compagna, Eleonora Duse, soprannominata Ermione, quando improvvisamente i due vengono sorpresi da una pioggia estiva.
E’ un’esplosione di percezioni sensoriali, che penetrano i due fino a quando entrambi perdono la loro condizione di creature umane. Si fondono totalmente con la vita vegetale in mezzo alla quale si muovono, in una sorta di metamorfosi che investe i loro corpi, i loro pensieri e i loro sogni.
 
Tra i vari motivi che porteranno alla rottura tra D'Annunzio e la Duse, un episodio: il poeta chiede all'attrice un prestito per pagare il collegio del figlio, ma decide poi di usare quel denaro per comprarsi un cavallo. 
L’ennesima dimostrazione del suo assoluto egocentrismo, che ancora una volta ferisce la Duse. Ma perché si comporta così? 
E’ davvero così impulsivo, irresponsabile, egoista?
Oppure c’è un’altra ipotesi? Il suo amore per il lusso e per il superfluo nasce da un approccio alla vita ben preciso: vuole combattere la razionalità, o meglio la ragione. Opporsi a quel buon senso che misura e calcola conseguenze e opportunità. D'Annunzio vuole andare oltre la ragione, andare là dove solo l’artista può avventurarsi.

Dopo nove anni, la relazione tra Gabriele D'Annunzio ed Eleonora Duse giunge al termine. L'attrice scrive ancora alcune lettere appassionate, prima di rassegnarsi all’idea che la loro storia d’amore sia conclusa.

Circa vent'anni dopo, D'Annunzio riceve la notizia della morte di Eleonora Duse
Possiamo immaginarlo accarezzare il volto scolpito della Duse, da sempre sulla sua scrivania, mentre pronuncia: “E’ morta quella che non meritai”.
(Il volto scolpito di Eleonora Duse, sulla scrivania di Gabriele D'Annunzio, al Vittoriale)

martedì 18 febbraio 2014

Artemisia Gentileschi - La Passione come Destino, il Destino come Passione

Il destino è qualcosa che si conquista o che ci viene dato? Quali sono gli elementi che possono intervenire per modificare un destino sostanzialmente già prefissato dalla natura, dal contesto storico dall’ambiente famigliare, dalla propria indole? Dove possiamo andare a cercare delle possibili risposte a queste fondamentali domande? Senz’altro nella vita di alcuni personaggi che hanno tracciato un solco, hanno aperto una via prima neanche immaginabile, un patrimonio interiore che oggi diamo per normale, scontato, quasi banale. Ma la Storia e la Storia dell’Arte in particolare ci deve poter fare da guida, alla ricerca dei grandi innovatori del destino dell’essere umano.

Riportiamo ora alla mente una nostra visita ad un museo, normalmente colmo di dipinti. E scorriamo i vari quadri con le scritte corrispondenti che riportano nomi e date. Quanti nomi femminili esistono tra questi dipinti? Quasi nessuno. Nella gran parte della storia dell’arte figurativa la presenza di artisti donne è praticamente esclusa. Una donna pittrice è più che una rarità. E’ una cosa unica, un fenomeno assolutamente fuori dalla norma. Ma ecco che appare nella Storia il fenomeno:
Artemisia Gentileschi. XVII secolo. Una donna. Un’artista. Una donna artista. Un’artista donna.

"Autoritratto come Allegoria della Pittura"
Ma che cosa è successo ad Artemisia? Che fine ha fatto il suo destino di donna di quell’epoca?
Che cosa ha reso il suo destino così diverso da quello delle altre donne del suo tempo?
Che cosa le ha permesso di rompere con le convenzioni e le norme della società a cui apparteneva, facendo della sua vita una vita unica, ma soprattutto considerata impossibile?
Un grande coraggio, una assoluta determinazione. Una forte passione.

Ecco la parola magica: la passione.
Passione. Non risuona in noi questa parola una specie di sussulto? Non ci rimanda all’immagine di un grande fuoco che arde, spandendo calore, sciogliendo catene e bruciando barriere?
Passione come forza che spinge, che dà coraggio, che fa andare oltre la stanchezza, la paura. Passione che brucia. Brucia la noia, l’abitudine, il vuoto di senso. E dove trovare questa passione?
La nostra passione?

Anche a noi piacerebbe provare, vivere la passione. Ma cosa facciamo per svegliarla in noi?
La passione di Artemisia non è un forte sentimento. Non è emozione. E’ pura forza vitale. Pura energia. Artemisia questa sua passione la esprime nella vita, attraverso scelte difficili, attraverso decisioni ed azioni che la portano ad essere sempre indipendente e autonoma, avventurandosi nelle situazioni più pericolose per una donna. Ma la passione più intensa, la sua più grande avventura, la spinta che l’ha portata in cima alla Storia è stata sempre la sua arte. La sua pittura.
Artemisia dipinge instancabilmente. Attinge la sua ispirazione dalle orgogliose battaglie dei personaggi femminili della Storia. Eroine che non subiscono l’ingiustizia, il tradimento, la vergogna, ma vi si oppongono, combattendo. Figure mitiche che insorgono contro la tirannia. E quando non possono contrastare la legge del più forte si danno la morte.
"Giuditta che decapita Oloferne"
Spade, veleni, pugnali. Amazzoni, peccatrici, seduttrici, tutte si dibattono tra amore, morte e libertà. Tutte si affrancano, tutte trionfano. Lucrezia, Giaele, Cleopatra. Giuditta. I suoi dipinti superano, in crudeltà, quelli del Caravaggio.
Una violenza ancora più sconcertante se si pensa che è una donna ad esprimerla.
Perché questa rabbia, questa brutalità? Contro chi si scagliava? Il padre? Agostino Tassi, il maestro che l’aveva sedotta? O forse contro il potere delle istituzioni, contro le leggi stesse della natura che volevano la donna ai margini della storia, contro un destino per lei inaccettabile? 

La sua è una ribellione. La forza di ribellarsi ad un senso di imposizioni alle quali un carattere passionale come il suo non poteva sottomettersi. L’arte deve essere una protesta. Un andare contro tutto ciò che impedisce la necessità di esprimere il proprio essere. Una lotta titanica.

(alcuni brani di questo articolo sono tratti da "Artemisia" di Alexandra Lapierre)

domenica 24 novembre 2013

Thomas Mann - Il decadentismo eroico

In Mann, più che in qualunque altro Protagonista, è possibile trovare aspetti che ci possono riguardare da vicino, che parlano di noi, se solo ampliamo un po’ il significato delle due grandi caratteristiche che lo caratterizzano. Artista e borghese.
(Thomas Mann)

Il borghese è colui che cerca il benessere materiale, la sicurezza, lo star bene. Oggi si tende a chiamarlo “ceto medio”. Non c’è più Pasolini e non ci sono più i proletari. Il borghese  ha valori morali comuni che più lo caratterizzano, lo determinano, e più lo limitano. L’amore, l’onestà, la fedeltà, la compassione. Ma anche l’individualismo, il consumismo, il proprio piccolo mondo, il piccolo piacere quotidiano, le proprie abitudini, le proprie piccole grandi paure.. E le preoccupazioni che da esso mondo derivano: la salute, la situazione economica, la felicità o almeno la serenità. E l’immagine di sé presso gli altri. E il proprio giudizio nel confronto degli altri

Chiamiamo artista non colui che fa arte. Artista è colui che non è portato via dalle cose del quotidiano, ma che cerca e si muove in una dimensione di distacco, di osservazione, di attenzione e lettura della realtà come parte di un qualcosa di più grande. E’ un poeta. E’ colui che osservando tutto ciò è pieno di domande, stupore, energia pura, fantasia ed immaginazione. E’ colui che contiene dentro di sé, nel proprio mondo interiore tutte queste sensazioni ed immagini e le elabora costantemente. Non vede una realtà solo soggettiva, ma la oggettiva dentro di sé. E non riesce a non dare a queste sensazioni la concretezza e la forza di una espressione effettuata in un linguaggio creativo.

Esiste poi l’intellettuale che, in genere, è una condizione che può portare ad essere artista, ma non necessariamente. L’intellettuale è colui la cui attività prevalente è quella del pensiero e della conoscenza. Il che non esclude che possa fare altro, anche di materiale, ma la sua attività intellettuale è pressoché costante. Anche nell’osservazione di sé stesso, degli altri, e della realtà. E con una grossa componente di studio, che usa per capire e conoscere la realtà. In genere anche di questa attività mentale, l’intellettuale, il vero intellettuale, o la trasforma in arte o in un’altra forma di espressione, non ultima il comportamento.

Potremmo arrivare a dire che il borghese è mosso dai bisogni primari e secondari, di origine esclusivamente meccanica e determinata, determinata dalla realtà (in genere materiale) che lo circonda e che lui vede e considera come unica possibile; l’artista e l’intellettuale sono coloro che, togliendosi il più possibile da questo meccanismo, sono in grado e cercano prevalentemente di vedere, studiare, conoscere e descrivere la realtà sia materiale che immateriale, in una condizione seppure non di libertà, ma di maggior neutralità, di minor peso del sentirsi individuo che vuole qualcosa di concreto per sé e combatte tutta la vita per questo.
Dal punto di vista della morale borghese, l’arte ha il difetto, se non la maledizione, di distrarre dalla vita vera, quella dei valori tradizionali. Per cui va presa con le molle e sempre a piccole dosi. Perché rischia di corrompere le anime una volta quiete, a parte i numerosi suicidi, ora meno quiete a causa della fine anche di questi valori (la morte di dio nietzschiana).

E’ chiaro che ognuno di noi dovrebbe e potrebbe fare una analisi di sé stesso e di dove si trova posizionato in relazione a questi diversi aspetti. Lavoro utile, soprattutto in relazione alla scoperta di ciò che siamo veramente da distinguersi da ciò che pensiamo di essere o vorremmo essere. Nella vita quello che sembra contare, almeno nella normalità a cui apparteniamo, è essere se stessi. E se sentirsi sé stessi risulta essere l’insieme di ciò che si fa, conviene forse non crearsi troppi inutili problemi. Lasciamo questi problemi ai Personaggi Straordinari.
(Thomas Mann con Albert Einstein)
Thomas Mann è un personaggio straordinario perché,  in lui questi elementi assumono dimensioni esasperate, mentre nelle persone normali tali elementi spesso si confondono, non avendo una forza sufficiente per combattersi eroicamente ad alti livelli. Spesso si usano i linguaggi artistici o le opere d’arte per puro diletto personale. Nel tempo libero, e come hobby o evasione.

Quando due elementi così contraddittori convivono a livelli così elevati, cosa succede all’individuo?
Che si hanno due identità? Come possono convivere? Conviene alimentare questo conflitto o trovare un compromesso? E il compromesso è sempre un abbassamento dei livelli di tensione delle due identità? Una tensione che decresce sempre più. Fino a diventare tiepida vita. Perché è difficile da reggere, sopportare, alimentare.
E come è per noi?

Thomas Mann. Borghese, artista, intellettuale.
Per Thomas Mann questo conflitto esisterà sempre e ne farà, in maniera e forma unica e irripetibile, la forza della sua arte e del suo pensiero.
Per Mann la vocazione artistica è superamento ed insieme condanna. Questo connubio produrrà per Mann sempre una condizione di malattia, che ritroviamo in tutte le opere di Mann dal Tristano al Doctor Faustus.

Voleva una vita ordinata: “una vita in sé conchiusa come un’opera d’arte”, così doveva essere. In realtà condusse una lotta disperata contro l’assedio del caos. Il caos interiore lo minacciava con la pigrizia e il perdersi nei sogni dei suoi primi anni, le inclinazioni omosessuali non vissute e il desiderio di lasciarsi andare a vivere.

Si sposerà e avrà sei figli. Lui con una mai dichiarata pubblicamente tendenza omosessuale. Perché sei figli? Per la sua parte borghese tradizionalista, basata sui valori tradizionali.

Come si sono formate in lui queste due forze e identità in maniera così prorompente? Come si gestiscono in genere queste due forze, che tutti abbiamo dentro di noi? Sopprimendole. Lui, invece,  le esalta nella sua opera (artista ed intellettuale) e nel suo comportamento (borghese).

Chissà cosa pensava veramente quest’uomo che appartiene alla grandezza della storia? 
La grandezza. Quanto uno è grande? Come si misura la grandezza? Esiste una grandezza assoluta? O sempre occorre decidere gli elementi che la compongono e il contesto in cui la si determina?
Da che estremo a che estremo arriva la grandezza di Thomas Mann? Quanto bisogna camminare per percorrere tutta la superficie della sua anima? Quanti volti, immagini, pensieri, visioni, luci, oscurità, bisogna incontrare per poter dire di averlo veramente conosciuto?

Thomas Mann, sempre accusato di ambiguità. L’ambiguità. Se guardi da un lato solo, ogni cosa è ambigua. Lui era ambiguo, perché con grande cura faceva vedere ogni volta il suo lato più opportuno e adeguato alle circostanze. Ma con sempre un grande infinito desiderio di poter incontrare due occhi che potessero cogliere ed accoglierlo per tutto ciò che veramente era. Forse come Tadzio.

(Da "Morte a Venezia")
L’immagine finale di Morte a Venezia. Lui vede Tadzio malmenato da un ragazzo più forte di lui. Tadzio poi si alza e va in mare, da solo. Poi si ferma e gli fa un cenno. E gli indica un luogo, un altrove, dove forse potersi finalmente incontrare, conoscere. E riconoscersi tra uguali. Quel ragazzo è come lui, ambiguo, forte, ma delicato, come la bellezza, malmenata dalla realtà. E allora diamoci appuntamento in un altrove, fuori da questa realtà. Gustav lo coglie, coglie lo psicagogo e forse solo a quel punto si rende definitivamente conto del miracolo. Un attimo, e tutta questa realtà scompare. Finalmente.

Thomas Mann dirà: “Per aver voglia di svolgere un'attività notevole che sorpassi la misura di ciò che è soltanto imposto, senza che l'epoca sappia dare una risposta sufficiente alla domanda "a qual fine?", occorre una solitudine e intimità morale che si trova di rado ed è di natura eroica”. 

Dice Georg Lukacs, filosofo e critico letterario ungherese: "Thomas Mann è proprio il grande storico della vita e della società borghese, come Balzac e Stendhal. Dalle sue opere i posteri apprenderanno come le tipiche figure del mondo borghese di oggi hanno vissuto e con quali problemi si sono cimentate. I problemi di Thomas Mann sono oggi, in forma mutata, i problemi di milioni di borghesi, di milioni di uomini che vivono e si evolvono sotto l’influsso della Weltanschaung borghese. E i problemi e le soluzioni che egli presenta come scrittore sono i più adatti a porre gli uomini davanti alla scelta o meglio alla convivenza difficile tra guerra e pace, tra civiltà e barbarie, tra umanità e inumanità, vita e arte, relativo e assoluto".

venerdì 1 novembre 2013

Cézanne - E' spaventosa, la vita

“E’ spaventosa, la vita”. Diceva proprio così. Ed è celebre ormai come affermazione. Qualcuno la conosce, la riconosce e la attribuisce al suo reale proprietario: Paul Cézanne.

(Paul Cézanne)
Perché, come si colloca nella sua vita una frase di questo tipo, che importanza ha, visto che Cézanne la ripete spesso alle poche persone che lo circondano?
Egli ha sempre vissuto nella sua pittura, nella ricerca costante che l’ha portato sino a dubitare della pittura stessa. Un tormento vero e proprio, la ricerca del compimento della sua opera: dipingere il mondo intero, l’intera esistenza, la vita. E nello stesso tempo l’avere coscienza che la vita, la realtà quotidiana ti porta via.


Lo sapeva, lo sentiva che la vita era piena di paure, di debolezze, che la sua vita era piena di paure e debolezze. La sua, come quella di chiunque altro, ma lui ha dipinto. Ha mostrato a chiunque abbia voglia di vedere un suo quadro, il mondo intero, l’intera esistenza.
È spaventosa, perché non ti lascia la possibilità di scegliere, perché ti lascia davanti a troppe scelte e non puoi mai sapere qual è quella giusta. Perché, la vita, ti pone davanti all’esistenza, che per una persona sola, è qualcosa di insormontabile.

E poi c’è quella virgola che separa un po’ le paure, l’esser spaventosa, e pone tutto con un certo distacco. È in quella virgola che si è collocato Cézanne, tra lo spavento e la vita: sul crinale. 
Quella virgola è come se fosse un suo dipinto sospeso tra tutti i timori dell’artista e la sua stessa vita, fatta d’arte. E infine c’è la vita, quella che tutti siamo costretti a vivere, quella che ci pone davanti alle paure e agli spaventi, davanti all’esistenza. Ed è proprio la vita ad essere l’oggetto dell’arte. L’oggetto di quello che Cézanne ha cercato di svelare alle persone.

La vita dovrebbe essere un accumularsi di strati di nuove visioni, di nuovi dettagli, di nuove sensazioni, che ogni oggetto, ogni momento della nostra vita ci sta fornendo.
L’inquietudine di Cézanne trova causa in questa costante insistenza a ricercare, a riprovare, a riguardare, ad andare dentro le cose e non essere mai sicuro di averne trovato l’essenza ultima.
Il suo assoluto bisogno di restare su quelle cose con cui ha intrecciato questa relazione così stretta, che ogni volta lo porta sempre più in fondo. E così anche la sua vita, priva di fatti, eventi, cambiamenti significativi, esprimono il suo bisogno di seguire e di decidere cosa è rilevante per lui, e non cosa è meglio e giusto e più piacevole. Ma il suo stare in questa dimensione produceva in lui la più forte sensazione possibile ad un essere umano.

La grande coscienza morale di Cézanne lo portava a cogliere la necessità di tener dentro e di abbracciare ogni volta tutto, che era fatica e infinita pazienza.
Non aveva fretta. Attendeva per ore, nascosto come una lucertola, che la luce cambiasse d'inclinazione sulle rocce della montagna, spiava i mutamenti lenti e solenni della natura. Aveva visto come l'acqua corrode le pietre nel greto del fiume, come il vento lima la roccia soffiando nei crepacci, come gli alberi si piegano e resistono nel turbine di un uragano... 
Col suo modo di dipingere voleva imitare gli stessi procedimenti della natura.

La parzialità, lo esasperava. Come lo esasperava la miseria di una cultura sempre più esclusivamente attenta agli estri sentimentali, psicologici ed emotivi del singolo.

Per lui la funzione dell’artista era di essere un punto di riferimento per la vita di tutti.

Col passare degli anni, la pittura diventava un vero atto morale. Che non si basava su intuizioni improvvise. Avanzava bensì a passi lenti e faticosi, con continui tentativi, ripetute prove.

La sua coscienza costruttiva tentava di arginare ogni volta l’erompere del sentimento naturale ed istintivo. Sentire che c’è un oltre (oltre il nostro raggiungibile) e sentire che si resta al di qua. Questa era la sua inquietudine. La mai risolta e risolvibile irrequietezza dello spirito si calmava dentro il vastissimo ansimare della natura, che lui riusciva a cogliere, in questo ascoltare senza pace.

30 anni passati di fronte alle “cose” con l’ossessione della “réalisation”. Cioè il rendere reale nella forma ciò che ci si dà in modo così frammentario, confuso, evanescente. 
La réalisation è l’esperienza che si spinge fino alla verità della cosa.
Non si può né si deve fallire di fronte al compito di rendere reale la vita inafferrabile.
E Cézanne tornava sempre al suo lavoro. Alla sua Sainte-Victoire “indescrivibile con tutte le sue migliaia di compiti” (per essere scoperta integralmente e resa reale come insieme). 
Lì si sedeva e dipingeva. Con l’ansia di far presto prima che essa svanisse. Tutto muta e si trasforma. Solo il lavoro resta. Il lavoro che deve cogliere il mutamento e l’evanescenza.

La Montaigne Sainte-Victoire è come la metafora della vita. La sua realizzazione è coglierne la verità.
(Cézanne - "Mont Sainte-Victoire vista da Les Lauves") 
L'arte di Cézanne nasce dal rapporto con la natura, meno immediato di quello degli impressionisti, meno istintivo, più meditato e profondo. Egli non può concepire la pittura al di fuori di questo rapporto; tutta la sua opera non è che un dialogo con le cose, nature morte e paesaggi, oggetti nei quali ha cercato di carpire un segreto attraverso ore di solitaria contemplazione.
Nel mondo, naturale o umano, dei quadri del Cézanne maturo non spira alcuna soggettività. Ci sono solo cose. "Cézanne - scrive Merleau-Ponty - rivela la base di natura disumana su cui l'uomo si colloca. Ecco perché i suoi personaggi sono strani e come visti da un essere di un'altra specie. Il paesaggio è senza vento, l'acqua del lago di Annecy senza movimento, gli oggetti gelati esitanti come all'origine della terra. E' un mondo senza familiarità, in cui non ci si trova bene, che vieta ogni effusione umana. Pittura disumana anche quando rappresenta un volto umano. Cézanne diceva che un viso va dipinto come un oggetto. Per questo pittore una sola emozione è possibile, il sentimento d'estraneità, e un solo lirismo: quello dell'esistenza sempre ricominciata.”
Cézanne si dedica allo studio preciso delle apparenze. Dilatava gli occhi: rinunciando alla sua interpretazione ottica del mondo, lasciava che le cose penetrassero in lui, lo invadessero. Ma il mondo che risulta poi dalla sua tela è un mondo da cui la soggettività - le abitudini visive, gli aggiustamenti percettivi, e la tradizione pittorica europea - pare esclusa, o, come direbbe Merleau-Ponty, messa tra parentesi. Egli fa epoché della storia soggettiva della visione.

Racconta Bernard, suo allievo e amico: “Un giorno, un pomeriggio di mistral, in cui venivamo a fargli una sorpresa con il mio amico Xavier de Magallon, credendo che non lavorasse, lo trovammo che batteva i piedi sulla roccia, coi pugni stretti, e che piangeva come un bambino davanti alla sua tela squarciata, portata via dal colpo di vento. E appena ci mettemmo a correre per recuperarla, spinta nei cespugli della cava: “Lasciatela lì, lasciatela, gridò… Stavo per esprimermi, questa volta… era la buona, era la buona… Ma non deve succedere. No. No... Lasciate stare",
Il grande paesaggio dove risplendeva la Sainte-Victoire al di sopra degli avvallamenti bluastri, fresco, tenero e radioso, ingannava i cespugli dove lo travolgeva il vento. Vedemmo, squarciati dalla burrasca, i lembi rossi della tela, i marmi rossi, i pini, il monte adornato, il cielo intenso… Era, in confronto alla natura stessa, un capolavoro che la eguagliava. Cézanne, con gli occhi fuori dalle orbite, osservava con noi. Una collera incontenibile, pazzia, non sapevamo cosa prevalesse. Si diresse verso il quadro, lo prese, lo lacerò, lo gettò sulle rocce, lo squarciò a colpi di scarpa, lo calpestò. Quindi, contrito, si accasciò, e mostrandoci il pugno come se fossimo responsabili: “Andatevene, ma lasciatemi in pace…" 
E, nascosti tra i pini, lo intendemmo piangere più di un'ora come un bambino. Non voleva alzarsi più..."

domenica 1 settembre 2013

Il Leader come protagonista

Il potere personale consiste nel prendere la propria vita sottobraccio e accompagnarla verso gli obiettivi che la persona decide.
Molti al loro potere personale non hanno mai pensato. Vivono come “belli addormentati”, aspettando che la vita decida cosa fare di loro.

La medicina, studiando i vari tipi di questo sonno, hanno riconosciuto due tipi di sonno del potere personale. Il tipo più grave e dannoso è il “sonno di stadio 4”.
I dormienti di stato 4 sono coloro che si pongono consapevolmente nella situazione di chi prende atto della vita, senza concepire altre alternative che accettarla come si presenta (e come si è), che credono alle notizie sui giornali e alle pubblicità, che giocano al lotto, che si ammalano ogni volta che c’è un'ondata di influenza.
Stanno seduti sulla stessa sponda del fiume da anni, vissuti dalla vita, attraversati dagli avvenimenti.
E non sanno di morire un poco ogni giorno avendo sprecato il loro potere e possibilità, senza aver vissuto. Meno grave, ma più crudele, è la situazione degli “addormentati disturbati”, quelli del sonno di stadio 1. Essi hanno il ben noto “sussulto del dormiente”. Con momenti di risveglio lucido e improvviso nel quale si accorgono che esiste un modo di vivere intenso e interessante, durante il quale se sono sereni si sentono forti.
Capiscono di avere della potenza da esplicare, ma l’idea di prepararsi ad agire, di doversi mettere in moto, di doversi scegliere dei compagni di viaggio li frena e li trattiene.
“E se poi non serve? E cosa diranno gli altri? E se mi rendo ridicolo? E se mi faccio male? E se soffro?” Ed ecco che arriva la paura che si traveste da buon senso, da prudenza, da capacità di accontentarsi. “Forse la mia vita non è poi così male. Chi si accontenta gode”.

Quindi voglio e devo rivolgermi alle persone sveglie e consapevoli, che vogliono confermare ed applicare il loro potere spirituale e rinforzare l’impegno ed il piacere di vivere esercitandolo.

Bisogna scegliere un modo di vivere, una consapevolezza di sé, una partecipazione ai rapporti con gli altri, che ci offra la possibilità di avere fiducia in sé, di essere rispettati, di essere leader, di avere successo in ciò che si vuol fare.

DIVENTARE PROTAGONISTA DELLA PROPRIA VITA
Dovremmo sapere cosa vuol dire “protagonista” se abbiamo esperienza teatrale. Dal greco “protos” che significa primo. Il protagonista-leader occupa il posto centrale in qualsiasi campo, è al centro di ogni vicenda, dà il suo marchio nell’ambito in cui opera e vive.
E’ sempre popolare nell’ambito in cui vive, che lo riconosce come meritevole di grande attenzione.



I PROTAGONISTI
E’ come se costoro avessero deciso, consapevolmente o meno, di assumersi la responsabilità di essere vivi e quindi di agire in modo auto-realizzante sia nelle piccole azioni, sia nelle grandi scelte.
Quando accettano o devono fare un lavoro che non piace o si accorgono di avere una malattia, non stanno sul dolore o la rassegnazione, ma si organizzano rapidamente e lucidamente per modificare la situazione e perdere meno terreno possibile nei confronti della vita.

Il rispetto di sé viene prima del rispetto degli altri. Ma non è egoismo. Si tratta di dignità, di autosufficienza, di autonomia (autos e nomos = regola se stesso). E può apparire, a seconda dei soggetti: leggero distacco, spazio tra sé e gli altri ma, soprattutto, accettazione ed elezione della solitudine, non come rifugio in se stessi, ma come luogo della sorgente vitale e della ricarica spirituale.
I protagonisti-leader stanno volentieri con gli altri, sono socievoli e trascinatori, quasi sempre anche leader carismatici (ascendente o carisma personale), ma sentono come indispensabile il bisogno di rimanere ogni tanto da soli, di stare con se stessi, di riflettere (pensare), di organizzare per proprio conto la propria energia. (Capacità di gestire le proprie fonti di energia: fisica, mentale, sensuale emotiva).

E’ proprio l’energia la loro caratteristica principale. Una energia con le quattro “E”.
“Energy”: avere energia;
“Energize”: capacità di trasmettere energia agli altri;
“Edge”: la volontà, voglia, desiderio, di vincere;
“Execute”: la decisione di agire

Una volta si pensava che la “conoscenza” fosse il differenziale strategico tra le persone. Essa è ancora fondamentale. Ma la si può acquisire studiando, la specializzazione la si può comprare. Solo l’energia personale c’è sempre. E si trova solo dentro alle singole persone. Ma bisogna risvegliarla. E i dormienti non lo sanno, o non hanno la tensione ad usarla. I leader sì.

La persona energica produce valore, che si traduce in potere. Ed è proprio il potere l’altra consapevolezza distintiva del leader. Il potere nelle sue tre forme di uso: potenza, potenziale, potenziamento.
La potenza definisce la sensazione di possibilità, di forza in uso nel presente, il numero di giri del motore mentre viaggia. L’energia dell’azione.
Il potenziale definisce l’energia di riserva, la carica accumulata, il progetto interiore, le mete da raggiungere non ancora messe in atto. Il potenziale umano del leader è di tipo auto promozionale: quello focalizzato sulla volontà di vivere e di realizzare.
Il potenziamento definisce la trasformazione del potenziale e viceversa; il cambiamento ed il miglioramento dell’agire attraverso l’impegno e l’espressione delle proprie risorse interiori.
Le persone fanno potenziamento quando si sforzano di migliorare le loro reazioni o di aumentare le loro conoscenze e capacità. Il potenziamento viene spesso realizzato grazie l’intervento di altre persone che stimolano, indicano le modalità, le vie per il miglioramento delle prestazioni. E’ il compito di genitori, educatori, capi, maestri, allenatori.

Il leader si potenzia da solo, per istinto, perché si diverte e si realizza nella sfida continua con i propri limiti.
Messner, il primo a scalare tutti gli 8000, quando cadde e non potè più scalare, si trasformò in esploratore: “Per me vivere vuol dire andare oltre. Ogni giorno è un punto di partenza”.
Per ogni leader non esiste limite fisso ed invalicabile, in nessun campo. Ogni risultato raggiunto diventa la constatazione che era possibile e si trasforma in un nuovo punto di partenza. La sfida è sempre con sé stessi prima che con chiunque altro.

Non sono il successo o la popolarità a giustificare l’impegno e la tenacia del leader per l’autopotenziamento. Ciò che lo muove è proprio il concetto di “potere”: possibilità e potenza a disposizione, creazione di realtà nuove, influenzamento di quelle esistenti (protagonista). 

(Dal Seminario di Aletheia “Il Leader come Protagonista” – 25 Agosto – 1 Settembre 2013)

sabato 20 luglio 2013

La finitezza, strumento di libertà

Quando si parla della morte, si vedono i gesti più strani, gli scongiuri più arcaici e anche, senza dubbio, più comici.
Come fare a parlare della morte, senza che la gente scappi? E poi perché parlarne? “Non si può parlare di cose più allegre e leggere?”  A cosa può servire parlare della morte?

Qualcuno dice: “Per non averne più paura”. Ma non quando arriva, ma durante tutta la nostra vita, durante la quale questo pensiero ci toglie una bella fetta di libertà. Come si può infatti parlare di libertà, se non siamo liberi di pensare e parlare di qualcosa di così determinante per la vita quale è la morte?
Questa rimozione della morte dai nostri pensieri e discorsi, trova una possibile giustificazione nell’assenza di immagini della morte. Non della morte in genere. Di quella ne siamo bombardati, ma della nostra morte.
Cacciari direbbe: “Qui c’è questo scandalo originario: di non poter parlare della morte dell’io”
Sappiamo anche di tutte le tecniche di consolazione. 
(Busto di Epicuro)
Anche la filosofia, con Epicuro: “Quando c’è la morte non c’è l’io. E quando ci sono io non c’è la morte”.
Una rappresentazione della morte non puoi averla. Non è riempibile dall’io. Giorgio Pigafetta parla della morte come “la più vuota delle immagini”.
Se non posso parlare della morte, non avendone una possibile immagine, posso parlare del morire. Non parlo della morte come fatto, che è la più vuota delle immagini. Ma il morire come “verbum agenti”. Come azione. Posso dire: io sono morente.
Ma cosa vuol dire: morire? E’ un mio fatto. Una dimensione del mio agire.
La filosofia ha molto da dire sul morire. Cosa faccio parlando? Pongo tesi, negandole, il negare non è tipico del pensare. Ma cos’è il negare? Non è un trasformare? Non c’è quindi sempre un morire di qualcosa di me?
La morte, il morire è un fatto che ci riguarda.

Il morire non è implicito in ogni gesto di libertà? Cosa avviene nel pensare il morire? Ci potremmo pensare come liberi da ogni condizionamento. Quindi anche qui ci imbattiamo nella libertà: c’è la morte, che ci libera.
Hegel dice: “La morte è come l’agitarsi dei venti che salva l’esserci dalla putredine”. Morire vittoriosi. Essere capaci di morire (Nietzsche). Come espressione della nostra volontà. Potere morire.
Evitare il confronto con il poter morire vuol dire evitare il confronto con la vita. Capaci di morire. Anche in Fauerbach. Pensare la morte come una nostra capacità. Nessun altro animale è capace di morire.
Pigafetta parla dei poeti. Valery: giungere attraverso una meditazione al poter dire: “Ho fatto quello che dovevo”. Il morire bene. Kalos, cioè bello. Morire compiuti, contenti. Antigone: “Muoio kalos”. Essere capaci di questo morire.
Questo è l’opposto alla morte dell’Ivan Ilic di Tolstoj. Lui dice alla fine: “Questa è la vita di un altro”. Non può dire kalos. “La mia vita è stata una morte (in vita) e ora crepo”

Valery pensava all’opera compiuta. Opus, perfetta. Ma c’è solo questo significato aristocratico?
In modo più generale la propria vita va vista come un’opera, di cui il morire è il degno compimento. Bisogna pensare non a quel punto estremo a cui giunge la vita, ma in ogni istante della vita, avvertire quell’istante (istante = qui sto). Fare di ogni ora un istante come se fosse il mio ultimo. Precorro quel compimento come se fosse l’ultimo. L’ultimo istante.

(Martin Heidegger)
Questo lo si coglie in Heidegger. Essere e Tempo. Essere per la morte. Meditare in ogni istante all’estrema possibilità che è quella della morte. E io se vivo autenticamente non posso che pensare in ogni istante l’estremo possibile, che è quello in cui ogni possibilità si toglie.
Ma si può dire: “Sì, ma nell’ora in cui io precorro il mio estremo possibile, devo fare i conti in ogni istante con me stesso. Devo rispondere compiutamente ogni ora alla grande domanda escatologica”. L'escatologia in quanto legata alle aspettative ultime dell'uomo può influenzare in modo significativo la visione del mondo e il comportamento quotidiano.

In ogni istante. Fare di ogni momento della mia vita un istante. L’istante ultimo. Dove c’è la compiutezza. Quindi non solo assumere la propria finitezza. Come dice Heidegger. Ma anche sentire la responsabilità di ogni istante per rispondere alla compiutezza della mia vita.

domenica 2 giugno 2013

"Operette Morali di Giacomo Leopardi"



"Credi a me, caro amico: non c’è fastidio della vita, non c’è disperazione, senso della nullità delle cose, della solitudine dell’uomo; non c’è odio del mondo e di sè medesimo; non c’è nulla che possa durare per sempre. Benché siano condizioni dell’animo ragionevolissime, passato un poco di tempo, cambiata la disposizione del corpo e dell’animo, a poco a poco e a volte anche subito, per motivi incomprensibili e anche minimi, rinasce il gusto della vita, rinasce una speranza. E ciò basta a produrre l’effetto nella persona di perseverare nella vita e a proseguirla, perché è quel senso dell’animo e non l’intelletto quello che la guida (…….) 
E la vita è una cosa così poco rilevante che non dovrebbe essere così diverso il tenerla o il rifiutarla (…..) Viviamo, amico mio, e confortiamoci assieme: non rifiutiamo di portare quella parte che il destino ha stabilito per noi, compresi i mali della nostra specie. Teniamoci compagnia e andiamo a dare coraggio a chi ci vuole bene. Per compiere nel modo migliore questa fatica della vita". 
(Giacomo Leopardi, da "Dialogo di Plotino e di Porfirio")