sabato 20 luglio 2013

La finitezza, strumento di libertà

Quando si parla della morte, si vedono i gesti più strani, gli scongiuri più arcaici e anche, senza dubbio, più comici.
Come fare a parlare della morte, senza che la gente scappi? E poi perché parlarne? “Non si può parlare di cose più allegre e leggere?”  A cosa può servire parlare della morte?

Qualcuno dice: “Per non averne più paura”. Ma non quando arriva, ma durante tutta la nostra vita, durante la quale questo pensiero ci toglie una bella fetta di libertà. Come si può infatti parlare di libertà, se non siamo liberi di pensare e parlare di qualcosa di così determinante per la vita quale è la morte?
Questa rimozione della morte dai nostri pensieri e discorsi, trova una possibile giustificazione nell’assenza di immagini della morte. Non della morte in genere. Di quella ne siamo bombardati, ma della nostra morte.
Cacciari direbbe: “Qui c’è questo scandalo originario: di non poter parlare della morte dell’io”
Sappiamo anche di tutte le tecniche di consolazione. 
(Busto di Epicuro)
Anche la filosofia, con Epicuro: “Quando c’è la morte non c’è l’io. E quando ci sono io non c’è la morte”.
Una rappresentazione della morte non puoi averla. Non è riempibile dall’io. Giorgio Pigafetta parla della morte come “la più vuota delle immagini”.
Se non posso parlare della morte, non avendone una possibile immagine, posso parlare del morire. Non parlo della morte come fatto, che è la più vuota delle immagini. Ma il morire come “verbum agenti”. Come azione. Posso dire: io sono morente.
Ma cosa vuol dire: morire? E’ un mio fatto. Una dimensione del mio agire.
La filosofia ha molto da dire sul morire. Cosa faccio parlando? Pongo tesi, negandole, il negare non è tipico del pensare. Ma cos’è il negare? Non è un trasformare? Non c’è quindi sempre un morire di qualcosa di me?
La morte, il morire è un fatto che ci riguarda.

Il morire non è implicito in ogni gesto di libertà? Cosa avviene nel pensare il morire? Ci potremmo pensare come liberi da ogni condizionamento. Quindi anche qui ci imbattiamo nella libertà: c’è la morte, che ci libera.
Hegel dice: “La morte è come l’agitarsi dei venti che salva l’esserci dalla putredine”. Morire vittoriosi. Essere capaci di morire (Nietzsche). Come espressione della nostra volontà. Potere morire.
Evitare il confronto con il poter morire vuol dire evitare il confronto con la vita. Capaci di morire. Anche in Fauerbach. Pensare la morte come una nostra capacità. Nessun altro animale è capace di morire.
Pigafetta parla dei poeti. Valery: giungere attraverso una meditazione al poter dire: “Ho fatto quello che dovevo”. Il morire bene. Kalos, cioè bello. Morire compiuti, contenti. Antigone: “Muoio kalos”. Essere capaci di questo morire.
Questo è l’opposto alla morte dell’Ivan Ilic di Tolstoj. Lui dice alla fine: “Questa è la vita di un altro”. Non può dire kalos. “La mia vita è stata una morte (in vita) e ora crepo”

Valery pensava all’opera compiuta. Opus, perfetta. Ma c’è solo questo significato aristocratico?
In modo più generale la propria vita va vista come un’opera, di cui il morire è il degno compimento. Bisogna pensare non a quel punto estremo a cui giunge la vita, ma in ogni istante della vita, avvertire quell’istante (istante = qui sto). Fare di ogni ora un istante come se fosse il mio ultimo. Precorro quel compimento come se fosse l’ultimo. L’ultimo istante.

(Martin Heidegger)
Questo lo si coglie in Heidegger. Essere e Tempo. Essere per la morte. Meditare in ogni istante all’estrema possibilità che è quella della morte. E io se vivo autenticamente non posso che pensare in ogni istante l’estremo possibile, che è quello in cui ogni possibilità si toglie.
Ma si può dire: “Sì, ma nell’ora in cui io precorro il mio estremo possibile, devo fare i conti in ogni istante con me stesso. Devo rispondere compiutamente ogni ora alla grande domanda escatologica”. L'escatologia in quanto legata alle aspettative ultime dell'uomo può influenzare in modo significativo la visione del mondo e il comportamento quotidiano.

In ogni istante. Fare di ogni momento della mia vita un istante. L’istante ultimo. Dove c’è la compiutezza. Quindi non solo assumere la propria finitezza. Come dice Heidegger. Ma anche sentire la responsabilità di ogni istante per rispondere alla compiutezza della mia vita.

domenica 2 giugno 2013

"Operette Morali di Giacomo Leopardi"



"Credi a me, caro amico: non c’è fastidio della vita, non c’è disperazione, senso della nullità delle cose, della solitudine dell’uomo; non c’è odio del mondo e di sè medesimo; non c’è nulla che possa durare per sempre. Benché siano condizioni dell’animo ragionevolissime, passato un poco di tempo, cambiata la disposizione del corpo e dell’animo, a poco a poco e a volte anche subito, per motivi incomprensibili e anche minimi, rinasce il gusto della vita, rinasce una speranza. E ciò basta a produrre l’effetto nella persona di perseverare nella vita e a proseguirla, perché è quel senso dell’animo e non l’intelletto quello che la guida (…….) 
E la vita è una cosa così poco rilevante che non dovrebbe essere così diverso il tenerla o il rifiutarla (…..) Viviamo, amico mio, e confortiamoci assieme: non rifiutiamo di portare quella parte che il destino ha stabilito per noi, compresi i mali della nostra specie. Teniamoci compagnia e andiamo a dare coraggio a chi ci vuole bene. Per compiere nel modo migliore questa fatica della vita". 
(Giacomo Leopardi, da "Dialogo di Plotino e di Porfirio")

sabato 13 aprile 2013

Elegie Duinesi - Un fievole alito verso l'Infinito


Una fredda mattina d’inverno, un uomo passeggia fuori, all’aperto, lungo le scogliere. Sta lì, nella solitudine piena, pura. D’improvviso avverte una misteriosa voce interiore, che si confonde col soffio delle acque e dei venti:

"Chi, s’io gridassi, mi udrebbe
dalle celesti gerarchie degli Angeli?
E se anche uno mi stringesse d’improvviso al suo cuore
perirei della sua troppo forte esistenza"
                                
(Rainer Maria Rilke)
Un uomo grida, grida il suo senso di piccolezza, davanti al mistero dell’esistenza universale. Un senso di terrore. La tragica scoperta della precarietà del mondo. Una profonda presa di coscienza della condizione umana, sospesa nel vuoto, l’apparire momentaneo di ogni cosa  terrena. La vita sembra impossibile.


L'uomo cerca, col suo grido, qualcuno, qualcosa di durevole presso cui poter stare. Prova con gli angeli, ma si accorge subito che non è possibile. Nessuno lo sentirà. Sono troppo lontani, troppo grandi e sono troppo forti.


L’angelo è bello, è il bello;
Ma "il bello non è che il principio del tremendo,
che noi ancora ammiriamo e sopportiamo, che quieto disdegna di annientarci".

Appena oltre il bello c’è una verità troppo grande per noi, una conoscenza terribile.

E così il grido si inghiotte e diventa un cupo singhiozzo. E allora, con chi possiamo trovare una vera, rassicurante comunione? 

"Gli angeli no, 
gli (altri) uomini neppure", ognuno preso dalla sua necessità di vivere.

Gli animali forse?
"Ma loro lo notano subito
che non siamo a nostro agio in questo mondo", un mondo che abbiamo trovato così, nel quale ad ogni cosa è già stato dato un significato. 
Ma come dire noi quelle cose?

"Ci resta forse un albero
là sul pendio, che ogni giorno rivediamo; 
ci resta la strada di ieri ed anche una viziata
abitudine, che stava bene con noi
e non se n’è andata e rimase"

Cosa ci resta ancora?

La notte, il tempo dell’attesa, con il suo “vento colmo di spazi”, che però alla fine ci corrode il volto. Tutti i grandi presagi che la notte evoca, promesse che potesse dirci, nel suo silenzio, qualcosa di vero e profondo su noi stessi. Tutte promesse deluse.

Forse gli amanti, nella notte, riescono ad avere la sensazione di una comunione totale, si illudono di potersi rifugiare l’uno nell’altro, ma in realtà, non fanno che impedirsi l’un l’altro la loro condizione umana. E alla fine, anche l’abbraccio più intimo, resta vuoto.

"Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto"
Apri le braccia e aggiungi il tuo vuoto allo spazio del mondo, che sentirai ancora più vasto, ma anche più intimo. Ma che cosa lega noi al mondo?

"Sì, primavere ebbero bisogno di te
……… o forse, là dove passasti
ti si offriva un violino"


(Le "Elegie Duinesi")

Il mondo vuole forse che noi lo percepiamo. Ma tu non ci fai caso. Sei troppo “distratto dall’attesa” di qualcosa per te stesso. Un’amata, un amato. Ma se anche arrivasse ciò che attendi, dove vuoi ospitarlo? Tu non hai casa nel tuo intimo, per niente e nessuno. Non hai una vera interiorità, e i pensieri vanno e vengono, e non si fermano.

Esiste forse qualcuno che ha questa interiorità, questa casa?


Forse le amanti, ma quelle abbandonate, il loro amore non ricambiato, l’hanno tenuto intatto dentro il loro cuore. Loro sì, dall’antico dolore dell’amore, hanno imparato qualcosa sul senso autentico dell’esistenza.

E’ tempo che si impari, è urgente, perché decide della nostra vita. Ma quell’amore, diretto tutto verso una persona, deve potersi dirigere verso la realtà tutta.

"Voci, voci, odi mio cuore ………,
Ascolta come spira l’ininterrotto messaggio
che dal silenzio si forma"

Stare in ascolto, non chiusi in se stessi, ma aprirsi all’ascolto di ciò che nel silenzio parla. Nel silenzio le cose mute ci parlano. 
Quel silenzio dell’origine, che.."Sussurra a te, ora, di quei giovani morti"

Quelle morti che hanno per noi “un’apparenza di ingiustizia” perché non hanno potuto compiere le loro esistenze.

"Certo è strano non abitare più la terra
A rose e a cose che sono chiara promessa
non dare più il senso di umano futuro
Ed anche il proprio nome abbandonare
come un giocattolo infranto"

Ma noi viventi commettiamo l’errore di distinguere con un solco troppo profondo la vita dalla morte. I morti non sono meno reali dei vivi, questo gli angeli lo sanno bene. I non ancora nati, i viventi e gli antenati…

"L’eterna corrente trascina
attraverso entrambi i regni sempre con sé"

I morti non hanno bisogno di noi. Siamo noi ad aver bisogno di loro. Abbiamo bisogno dei misteri dell’esistenza. E poi, è nel dolore del lutto che la nostra anima cresce. Ma stare nella profondità del sentire non è facile da sopportare, perché significa rinuncia a quanto è terreno. La morte non è fine, ma una prodigiosa porta oltre la quale il movimento continua, in una serie infinita di metamorfosi.
Questo ci dice la voce dei giovani morti. Ma comprendere questo messaggio non basta. Bisogna attuarlo, qui, vivo tra i vivi. La morte non è fine. Dobbiamo trasferire la  potenza di questa visione in ogni nostro sentimento, pensiero, gesto e parola.
La parola poetica, il canto, che anche se è solo un fievole alito verso l’infinito, ci consola e ci aiuta.

martedì 26 marzo 2013

Il Teatro per rifare la Vita - Artaud


In questo tempo, più che in altri, l’esistenza del Teatro sembra quasi anacronistica, sia per chi lo fa, sia per chi ne fruisce.
Ci sono talmente tanti problemi “reali”, quotidiani, esistenziali, fisici e metafisici, che il Teatro sembra risultare un’arte antica e antiquata, valida forse per strappare una risata scacciapensieri in questi tempi oscuri.
Eppure il Teatro è senza dubbio lo strumento più adeguato per imparare la vita, per conoscerne le possibilità, per incontrare se stessi, i propri limiti, la propria più intima natura.
Ma oggi non c’è più tempo per imparare a vivere. Si può solo cercare di sopravvivere.
Ma incontriamo un personaggio che aveva capito, un secolo fa, che la vita bisogna costruirsela, non lasciarsela cadere addosso. E l’aveva capito proprio attraverso il Teatro, che aveva iniziato, come alcuni, come pochi, per cercare di capire qualcosa della vita e di se stesso. Antonin Artaud.

(Antonin Artaud, 1928)
Le idee del suo teatro vanno oltre il teatro stesso. Il “teatro della crudeltà” trasforma il teatro della parola, dei gesti, dell'immagine, dove diversi mezzi s'incontrano su un territorio comune e dove si ha una presa di coscienza di forme e di sensibilità coniugate. Il lavoro di Artaud tende a superare un mentalismo esasperato.

Per Artaud, il teatro non deve essere imitazione della vita: il teatro è un mezzo per rifare la vita. Ciò che avviene sulla scena non deve essere fatto per rappresentare, per "far capire" al pubblico. Ciò che avviene deve avvenire realmente, in quell'istante, deve essere reale (se l'attore si strappa i vestiti, deve farlo davvero, se colpisce qualcuno con una sberla, deve essere una sberla vera, se racconta qualcosa di personale, deve essere qualcosa veramente personale, ecc.).

In questo senso l'attore deve essere crudele, e lo stesso Artaud definisce in questo modo il termine crudeltà: "La parola crudeltà deve essere intesa in senso lato e non nell'accezione fisica e rapace che abitualmente le si attribuisce. Si può benissimo immaginare una crudeltà pura senza strazio carnale. Del resto che cos'è la crudeltà in termini filosofici? Dal punto di vista dello spirito crudeltà significa rigore, applicazione e decisione implacabile, determinazione irreversibile, assoluta".

Artaud sostiene che una vera e propria opera teatrale libera l'inconscio, scuote la pace dei sensi, spinge ad una sorta di rivolta virtuale. L'unica vera Rivoluzione che lo appassiona è quella interiore. Non è interessato agli aspetti sociali: "La Rivoluzione non consiste in una semplice trasmissione di poteri dalla borghesia al proletariato. Una Rivoluzione che ha messo al vertice delle sue preoccupazioni le necessità della produzione e che perciò insiste nel fare affidamento sul progresso meccanico è per me una rivoluzione di castrati. Ed io non mi nutro di quell'erba".

Evento, azione e performance devono colpire ai nervi lo spettatore. La violenza sui sensi deve avere il sopravvento, e la percezione dello spettatore deve spostarsi anche su qualcosa di magico, di invisibile e di segreto, e da qui nasce il "doppio" della realtà, che poi si rivela quella vera. L'attore deve quindi presentare un "doppio" fatto di realtà umana, ma quella vera, sempre celata sotto il velo dell’apparenza, della tecnica, del formalismo.

(Artaud fotografato da Man Ray, 1926)

L’attore (l’uomo) deve cercare la verità ad ogni costo, puntando su una sollecitazione emotiva, anche sregolata ed eccessiva, senza argini. Non serve riprodurre la realtà, ma invece cercare di portarsi ai limiti, annullandosi nell'emozione. Grazie a questo annullamento, Artaud crede che l'emozione si possa manifestare nella sua assoluta verità.

Tale manifestazione deve essere efficace, cioè produrre effetti reali, per chi la realizza e per chi la riceve.



La persona-attore è totalmente presente, con corpo e mente, perché ciò che vive lo vive davvero, non per finta, e l'azione che compie in tali condizioni è quindi un'azione cosciente, intesa come condizione che realizza la piena coincidenza di volontà e azione.

Nella formulazione delle sue teorie Artaud fu molto influenzato dall'incontro con Daumal, (seguace di Gurdjieff e del suo lavoro per la conquista della coscienza) e dal rapporto con Guenon, esponente della cultura esoterica, che profetizzava la rovina dell'Occidente a causa della perdita della tradizione orientale.

Il Teatro per Artaud è un processo che riguarda ogni essere umano, non solo chi fa l'attore. Artaud, e forse anche noi, indipendentemente da età, condizione sociale, problematica esistenziale, potremmo cercare e trovare nel teatro un cambiamento dell'essere, da effettuarsi attraverso l'azione che permette alla persona di scoprire se stesso e la sua coscienza.

L'obiettivo della persona-attore non è lo spettacolo, ma la conoscenza reale, la presa di contatto con l'istante presente: la coscienza. E in questo percorso di scoperta non viene posta alcuna limitazione mentale, nervosa o muscolare. Il gesto, attivando forze - e non più descrivendo forme, per quanto belle - può creare direttamente la realtà.

Artaud verrà spesso considerato un visionario. In seguito la sua visione verrà ripresa da Jerzy Grotowsky, che più di altri riuscirà ad avvicinarsi concretamente a ciò che Artaud aveva teorizzato: il teatro come svelamento, come Aletheia, come scoperta di sé e della propria vera coscienza.

Ed è con questa costante necessità che anche noi ci muoviamo cercando di non dimenticarci che la vita non è quella già fatta, ma quella che rifacciamo noi, avendo a disposizione un mezzo straordinario e immediato, dove “provare a vivere”: il Teatro.

"Se sono un poeta o un attore (o un uomo) non lo sono per scrivere o declamare poesie (o sopravvivere), ma per viver(le). Quando recito una poesia (o agisco nella vita) non è per essere applaudito, ma per sentire me stesso e gli altri corpi d'uomini e di donne - dico corpi - tremare e volgersi all'unisono con il mio” (Antonin Artaud)

mercoledì 27 febbraio 2013

Schubert - L'arte di soffrire


Assai spesso l'esaltazione creativa è il risultato di uno stato fisico deficitario, l'euforia creativa l'altra faccia della depressione psichica, l'apparente eccedenza di energia non di rado un atto di forza. Qualcuno dice che la vera creatività nasce dall'intensità dell'esperienza emotiva.

Quando Franz Schubert viene assunto come assistente scolastico racconta: "E' vero, ogni volta che componevo, quella piccola marmaglia mi faceva tanto inquietare da farmi perdere il filo. Naturalmente li picchiavo di santa ragione". Ad un certo punto prese la decisione di sfuggire all'oppressione della scuola…….

(Franz Schubert)
Accetta il lavoro di insegnante privato a due giovani contessine: "Non c'è nessuno qui che sappia capire la vera arte, perciò sono solo con la mia amata e debbo celarla nella mia camera, nel pianoforte, nel petto. Pur se talvolta questa mi rattrista, tal altra mi fa sentire superiore".

"Le mie opere nascono solo grazie all'impegno musicale e al dolore; quelle nate soltanto dal dolore sembrano le meno gradite".

Il dolore da solo, per quanto violento, non può produrre nessuna arte.

Fuga nella nevrosi anziché legarsi alla passività, fuga nell'arte. L'arte diventa una seconda natura. Per vivere, per sopravvivere, Schubert deve produrre arte. Il lavoro è la nevrosi e nello stesso tempo l'unica terapia possibile della nevrosi. Non significa necessariamente che Schubert soffrisse anche durante il lavoro, anzi le ore dedicate al lavoro erano le uniche prive di sofferenza. 
Il patimento che le precedeva era indispensabile come stimolo?.. 
Nessuno gode a soffrire. Il patire è una capacità e dunque anche un'arte. Chi è capace di soffrire, chi sa convivere col proprio dolore, e non chi lo reprime o se ne difende, non deve portare o sopportare il dolore, ma effonderlo, trasferirlo. 

"Esiste davvero la musica allegra? Io non ne conosco nessuna".. 

E' il caso di un artista per il quale la solitudine è condizione indispensabile per il lavoro creativo che, a sua volta, porta l'isolamento sociale. Chi comincia a soffrire, continuerà a soffrire, perché l'organismo si è fatto ricettivo al dolore.
"Nessuno che comprenda il dolore dell'altro, nessuno che comprenda la gioia dell'altro". 
Com-patire è impossibile, perché i sentimenti sono di volta in volta ritagliati a misura di un individuo e si sottraggono al linguaggio.


venerdì 25 gennaio 2013

Salvador Dalì' - Il destino di ribelle

C'era un tempo in cui accadevano veri miracoli, in cui grandi artisti si incontravano e creavano insieme le magie, capaci di trasformare la nostra vita per sempre. Forse anche oggi accadono, talvolta, questi momenti. Ma, un incontro tanto fantastico quanto quello tra Salvador Dalì e Walt Disney, ancora non c'è stato. Due uomini capaci, con la forza della fantasia e dei sogni, di plasmare il nostro immaginario e la cultura globale, due giganti dell'arte che decidono di realizzare un'opera insieme, la somma di tutto il loro percorso creativo.

(Una scena dal film "Destino")
Stiamo parlando di "Destino", il cortometraggio che Dalì e Disney avevano deciso di realizzare insieme. La storia di una ballerina in cerca dell'amore, che sembra trovare, alla fine, nell'incarnazione stessa del tempo. Solo fondendosi con il mondo dei sogni potrà, però, raggiungere il suo uomo, e così deve perdersi in un delirio surrealista, quasi che fosse caduta nel pennello del grande pittore catalano, fino a diventare parte del suo amato. Circa sei minuti di pura poesia in cui viene inserito tutto l'universo daliniano, dagli orologi molli alle pagnotte da portare come cappelli, dal baseball come metafora della vita, ai giochi prospettici, dai paesaggi metafisici alle formiche.

Non ci si deve dimenticare che Dalí fu influenzato non solo da artisti suoi contemporanei, ma da tutto il mondo dell'Arte. Come una spugna assorbiva dagli stili artistici più classici ai movimenti d'avanguardia più estrema. Fra gli artisti che più lo ispirarono del mondo classico, ricordiamo: Raffaello, Bronzino, Francisco de Zurbaran, Vermeer e Velázquez.

Sigmund Freud si dichiara profondamente interessato nello scoprire la genesi delle opere di Dalì, ma quello che più lo affascina è la complessa personalità del pittore. Freud, pur non conoscendo la vicenda interiore di Dalì, deduce che qualcosa, nel corso della vita, lo ha intaccato dal punto di vista psicologico.
Dal canto suo Dalí ha un grande interesse per le teorie freudiane e la psicanalisi, che lo portano a focalizzarsi sul proprio inconscio e a farne la fonte d'ispirazione per il suo lavoro. Con la pittura, Dalí si propone di sondare e conoscere le proprie ansie, fantasie e frustrazioni.
Il metodo attraverso cui le pulsioni dell'inconscio possono assumere forma pittorica si ricollega all'automatismo psichico dei surrealisti teorizzato da Breton. “Automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente che per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato dal pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale”.
A tale automatismo psichico Dalì assegnò un nome preciso: metodo paranoico-critico.
E lo spiega in un saggio fondamentale, "La conquista dell'irrazionale" (1935), dove descrive le proprie ricerche e afferma:
"Tutta la mia ambizione sul piano pittorico, consiste nel materializzare, con la più imperialistica smania di precisione, le immagini dell'irrazionalità concreta... che provvisoriamente non sono spiegabili né riducibili attraverso i sistemi dell'intuizione logica o i meccanismi razionali".
E ancora:"Attività paranoico-critica: metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull'associazione interpretativo-critica di fenomeni deliranti".  

Dunque, le immagini che l’artista cerca di fissare sulla tela, nascono dal torbido agitarsi del suo inconscio (la paranoia) e riescono a prendere forma solo grazie alla razionalizzazione del delirio (momento critico). Nascono così immagini di straordinaria fantasia, tese a stupire e meravigliare, grazie alla grande artificiosità della loro concezione e realizzazione.

Dalì, con grande coraggio, ha deciso di essere un artista in ogni senso, di fare della sua stessa esistenza un'opera d'arte, di essere un uomo pubblico, un uomo che è riuscito a fare di se stesso un divo. Ma era anche un uomo dalla curiosità insaziabile: nelle sue opere, si trova un'eco di tutte le scoperte e le invenzioni, di ogni dubbio o domanda.
Nelle sue tele, circonfuse di una lucida "folie", la mente e il genio trasportano le curiosità e gli interrogativi ancestrali che l'umanità da sempre si pone. Nell'alone surreale dei suoi dipinti vediamo nascite inverosimili e terribili, purezze ed estasi deliranti in un roteare geometrico di sfere, persone e passioni trasfigurate e trasportate in un altrove cosmico privo di leggi e ragione, dove ogni cosa è possibile. Dove ogni cosa è forse più reale di come ci appare nel mondo della realtà.

Salvador Dalì fu un uomo che riuscì a rendere la sua vita una provocazione continua, uno schiaffo morale al cosiddetto buon gusto dell'alta società e alle sue ipocrisie. La sua stessa esistenza  può essere paragonata ad un'opera d'arte: per l'intensità che ha sempre caratterizzato ogni minuto della sua giornata; per l'amore, talmente forte da sembrare inverosimile, che lo univa a Gala, sua musa e amante; per quello sguardo che penetrava lo spazio e leggeva oltre la parvenza delle cose; per quei suoi modi di fare strani e inclassificabili, che lo hanno reso unico e indimenticabile.
La singolarità dell'uomo, la genialità dell'artista, la fantasia della ragione, dovrebbero essere per ognuno di noi, fonte di studio e di riflessione. Forse in questo caso, più che in ogni altro, è l’artista che dobbiamo guardare, quasi prima che la sua opera. Una frase, fra le molte che ci ha lasciato, è allo stesso tempo un ottimo esempio per capire il suo livello eccezionale di egocentrismo, da vedere in chiave positiva, e vuole anche essere un augurio per tutti noi, perché possiamo farla diventare nostra e possiamo godere della nostra personalità, così come fece il grande Salvador Dalí, che diceva:
“Ogni mattina, appena prima di alzarmi, provo un sommo piacere: quello di essere Salvador Dalì!”

venerdì 18 gennaio 2013

"LA PASSIONE DELLA CONOSCENZA"

Incontri culturali di conoscenza e di approfondimento di personaggi dell’Arte e del Pensiero, di movimenti artistici, di tematiche esistenziali.
              
Domenica 10 Febbraio 2013 alle ore 16,00
L’ULTIMO BAUDELAIRE
“La Lotta tra Poesia e Modernità”

Domenica 24 Febbraio 2013 alle ore 16,00
   CARAVAGGIO - “La Bellezza del Male”
FRIDA KAHLO - “La Vittoria sul Destino”
  
Domenica 10 Marzo 2013 alle ore 16,00
GERTRUDE STEIN - “Sfida al Senso della Vita”
KATHERINE MANSFIELD
   “Una Voce sulla Soglia tra Terra e Cielo”

Domenica 24 Marzo 2013 alle ore 16,00
J. C. F. Hölderlin - “Il Viandante e la Bellezza”
GEORGE SAND - “La sorella di Goethe”


Ingresso riservato agli associati
Tessera associativa annuale €10
Prenotazione obbligatoria

  
Associazione artistico-culturale ALETHEIA
Via Bertelli, 16 – 20127 Milano
Tel.  02.28.96.423 – associazioneculturalealetheia@gmail.com